ISSN 2283-7558

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L'EDITORIALE

I RESTAURI DEI RESTAURI

Le case fungaie

Negli edifici storici, realizzati con materiali della tradizione costruttiva, i cappotti termici, i nuovi serramenti a triplo vetro, gli intonachini sintetici e le pitture a base di resine, sono quasi sempre incompatibili. Applicati indiscriminatamente, all’interno e all’esterno, spesso senza riflessione alcuna, impermeabilizzano tutte le superfici creando danni irreversibili quali funghi, muffe, percolazioni di umidità.

RESTORATION OF RESTORATIONS

MUSHROOM HOUSES

In historic buildings constructed using traditional building materials, thermal insulation, new triple-glazed windows, synthetic plasters, and resin-based paints are almost always incompatible. Applied indiscriminately, inside and outside, often without any thought, they waterproof all surfaces, causing irreversible damage such as fungus, mold, and moisture seepage.




Una interessante ricerca pubblicata lo scorso settembre illustra come sia possibile “regolare le portate d’aria in base alle reali necessità degli ambienti, mantenendo costante il ricambio d’aria anche quando le finestre sono chiuse”.
In pratica, è stata messa a punto una tecnologia avanzata da applicare ai serramenti che consente di rimediare alla formazione di condensa e muffe dovute all’aria stagnante, fenomeni che, negli edifici ristrutturati di recente, derivano sostanzialmente dal mancato ricambio d’aria e dalla scarsa traspirazione.

Vale la pena fare un passo indietro per ricordare a quali tecnologie costruttive ci si riferisca e come queste abbiano progressivamente impedito la traspirazione delle strutture murarie e degli intonaci sottostanti.
Passata la furia dei bonus edilizi, si è compreso che non pochi interventi — prima realizzati e solo successivamente pensati — hanno prodotto più danni che benefici, in termini edilizi, energetici, ecologici e quindi economici, diretti e sociali: aspetti tutti strettamente collegati.

I cappotti termici, insieme ai nuovi serramenti a triplo vetro, agli intonachini sintetici e alle pitture a base di resine, sono stati applicati indiscriminatamente, all’interno e all’esterno di edifici di ogni tipologia costruttiva, senza alcuna riflessione sulla compatibilità dei materiali né sui possibili danni che tali tecniche potevano generare agli edifici stessi e ai loro abitanti.

Col tempo, si è constatato che la tecnologia dei cappotti plastici presenta una durata estremamente limitata — circa 12 anni, massimo 15 — e che questi sistemi risultano facilmente danneggiabili da grandine, roditori e uccelli. Ciò che è ancor più grave, però, è che tali sistemi rendono le superfici completamente impermeabili: applicando polistirene, colle, reti plastiche e resine sintetiche di finitura su entrambe le facce murarie, era evidente che il pacchetto murario avrebbe perso ogni capacità di traspirazione.

Non ci si è interrogati neppure sulla questione del riciclo a fine vita. Quando arriverà il momento di smaltire questi elementi, essi si configureranno come rifiuti speciali non riciclabili. Essendo accoppiati in modo irreversibile — per via dell’elevato potere adesivo di colle e intonaci — tali materiali richiedono un trattamento specifico, poiché non possono essere conferiti in discarica ordinaria. Il pacchetto, composto da isolante, colle e intonaco, deve essere rimosso attraverso servizi di raccolta dedicati come regolato dal Decreto Legislativo 152/2006, in modo analogo a quanto avviene per l’amianto.

È solo il caso di notare che moltissimi contenziosi legali sono nati in concomitanza con la diffusione dei cappotti termici, e oggi i consulenti tecnici d’ufficio (CTU) si trovano spesso in difficoltà nel valutarne i costi diretti e indiretti, compresi quelli sociali.

Non è un’esagerazione dire che, a seguito di questi interventi, molti edifici si sono trasformati in vere e proprie “fungaie”, a meno di non essere dotati di costosi impianti di ventilazione meccanica controllata. È risaputo, infatti, che applicare derivati degli idrocarburi su murature in mattoni, tufo o pietra non equivale a intonacarle a calce: è come indossare una maglia di acrilico invece di una di cotone , un paragone banale, ma estremamente calzante.
L’umidità ambientale — quella prodotta dalle persone e dagli elettrodomestici — non potendo più essere assorbita o smaltita dalle pareti, si deposita sulle zone più fredde, dove forma muffe, funghi, odori di ristagno e perfino percolazioni di condensa.

Questa pratica, che ha alterato anche l’immagine architettonica di molti edifici nei centri storici perchè la resina non è la calce (ma questo è un altro discorso), ha investito anche il tema dei serramenti. Prima si sono sostituiti, poi si è iniziato a riflettere su come progettarli.

Riguardo ai serramenti, sia in Sicilia sia in Trentino le soluzioni sono state quelle di avere una permeabilità all’aria classe 4, cioè un serramento completamente ermetico con perdite quasi nulle nella tenuta all’aria misurate a 600 Pascal; una classe 9A per le infiltrazioni all’acqua, che possono resistere fino alla velocità del vento di 600 Pa (circa 110 Km/h); per ultimo una classe C5 di resistenza al carico del vento, che per essere raggiunta è necessario che la finestra superi indenne un pressione di 300 kg/mq, pari ad una velocità del vento di circa 230 km/h.

In pratica, parliamo di oblò da sottomarino che, come dice la brava ing. Gatto, in caso di uragano crolla tutto ma il serramento tiene!

Si tratta di interventi fuori scala rispetto al clima mite e mediterraneo in cui viviamo: errati perché impediscono la traspirazione, sbagliati perché isolano dal freddo (che ormai è poco rilevante) ma lasciano entrare il calore — dato che sopra i 30°C l’EPS è praticamente inefficace — e incompatibili architettonicamente con gli edifici storici per spessori, cromie e rapporti materici. Forse sono adatti solo all’edilizia di recente costruzione che difficilmente potrebbe funzionare peggio.

La ricerca citata all’inizio riguarda appunto la ventilazione controllata integrata nei serramenti e conclude così: “I sistemi di ventilazione decentralizzati integrati nelle finestre rappresentano una tecnologia promettente per l’efficienza energetica degli edifici, particolarmente adatta per la riqualificazione di strutture esistenti. (…) La combinazione di questi fattori potrebbe portare a sistemi ancora più efficienti e versatili.” Certo, ormai abbiamo trasformato gli edifici in sottomarini, quindi arrampichiamoci sulle tecnologie avanzate per trovare soluzioni!

Quindi, per rimediare ai guasti prodotti dai cappotti e dagli oblò ora bisognerebbe sostituire questi ultimi con queste complesse tecnologie, che forse aiuterebbero a eliminare le muffe e la condensa che i cappotti hanno creato. In sostanza, si propone di rimediare a degli interventi non accuratamente valutati nel loro rapporto con la preesistenza aggiungendo costosissimi e ulteriori requisiti tecnologici che possono correggere gli errori che questi producono.

Eppure, i materiali isolanti e traspiranti esistono: il calciosilicato, la canapa, il sughero, la fibra di legno, la cellulosa e tutti i prodotti a base di calce, che molte aziende hanno già sperimentato con successo e che progettisti attenti utilizzano da anni con buoni risultati. Sono soluzioni tecniche compatibili che non vengono rigettate nè tecnicamente dall’edificio, nè esteticamente dal giudizio formulato dalla comunità sociale.

I tecnologi forse non saranno d’accordo, ma è da chiedersi la ragione perché la letteratura scientifica sia estremamente scarna sul tema della compatibilità tra antiche tecniche costruttive e nuove soluzioni tecnologiche; pochissime, infatti, sono le ricerche operative basate su sperimentazioni realmente condotte sulla possibilità di far convivere, e sopravvivere, i materiali preindustriali con quelli contemporanei in modo duraturo e coerente. Sono temi centrali nel restauro operativo e nella pratica di cantiere. Strabordante è invece la letteratura sui cappotti, sulle performace degli isolamenti sintetici, che snocciolano dati, tabelle, vantaggi quasi appartenenti a un mondo ideale.

In conclusione, val la pena ricordare una celebre frase attribuita ad Albert Einstein, che ben riassume le preoccupazioni che progettisti, imprese e proprietari affrontiamo quotidianamente; la frase (della quale non esistono prove concrete che lui l’abbia pronunciata) è diventata molto popolare e fa riflettere sull’impatto negativo di queste tecnologie applicate acriticamente e senza riflessione sui limiti e sulla compatibilità:

“Temo il giorno in cui la tecnologia andrà oltre la nostra umanità: il mondo sarà popolato allora da una generazione di idioti.”
   
Cesare Feiffer