ISSN 2283-7558

articolo

L'EDITORIALE

La terza via

Due sono i perni attorno ai quali ruota il problema della ricostruzione: la compatibilità e la prevaricazione. Il primo è quello di ideare quel gesto sensibile che fondi le radici nella storia dell’architettura e del restauro rielaborando soluzioni colte e a misura. Il secondo è quello di proporre nelle lacune dei crolli e dei vuoti quel gesto forte con il quale si afferma il proprio ego e al quale la nostra categoria professionale non è proprio estranea. E’ proprio all'interno di queste due istanze che va approfondita la riflessione riguardo al rapporto tra l’antico e il contemporaneo.

The third way

There are two keystones which impact the problem of rebuilding: compatibility and the abuse of power. The first one highlights the need to be sensitive in choosing the correct cultural solutions which is made possible through knowledge of the history of architecture and restoration. The second one is the abuse of power where personal taste and egotism, which many architects are prone to, affects the restoration project. It is within these two categories that we should re-think our relation with the “old”.




E’ con sincero grande onore che ospitiamo in questo numero una riflessione, e più correttamente si dovrebbe dire un firmamento di riflessioni, che Giovanni Carbonara dedica alla ricostruzione post-sisma e al rapporto tra nuova architettura e patrimonio esistente. E’ un saggio a tutto campo quello che ci ha inviato, che possiede confini culturali ampi, com’è natura dello studioso, e che non s’arresta alla disamina  critica dei fenomeni, delle tendenze o delle linee di pensiero ma individua soluzioni sotto il profilo culturale e architettonico.

Alla fine della lunga e appassionata disamina infatti conclude, cosa rara in questo campo dominato dall’eccesso di analisi, tracciando quelle che secondo lui sono le strade, dicendo in modo chiaro e fermo come si fa, quali sono stati gli esempi buoni e cattivi  e individuando i limiti e i modi per il progetto di qualità.

L’analisi capillare dei fenomeni e soprattutto la sintesi che traccia, ossia le proposte, che criticamente individua per la soluzione dei problemi, non s’arrestano all’edificio singolo, o al centro urbano, ma travalicano la fisicità dei luoghi interessando quei fattori determinanti che hanno reso case, borghi e paesaggi documento di cultura nonché identità del popolo italiano.

Impossibile sintetizzare i temi e i problemi trattati in sequenza serrata, perché sono molti e ognuno di straordinaria importanza storica, culturale e anche politica, quella politica alta alla quale fa un nobile riferimento e che è ormai scomparsa da decenni nel nostro paese.

Ci si riconosce in ogni riga di questo lungo articolo, perché tocca tutte le corde della specifica formazione di noi restauratori, perché analizza le radici e le connessioni che il problema della ricostruzione possiede con la storia dell’architettura e ancor di più con quella del restauro, soprattutto nelle sue maturazioni recenti, perché legge in modo critico e spesso crudo gli esempi alti e bassi delle diverse ricostruzioni che hanno segnato l’Italia e perché mette in luce con logica stringente l’eterno problema del restauro, che è quello tra le vecchie città e l’edilizia nuova, per dirla con Giovannoni.

Tra i tanti temi, due sono i perni attorno ai quali ruota il problema della ricostruzione: il primo è quello della compatibilità intesa a 360 gradi, ossia di ideare quel gesto sensibile che fondi le radici nella storia dell’architettura e del restauro rielaborando soluzioni colte e a misura. Il secondo è invece quello della prevaricazione, ossia del proporre nelle lacune dei crolli e dei vuoti quel gesto forte con il quale si afferma il proprio ego e al quale la nostra categoria professionale non è proprio sempre estranea. E’ proprio all'interno di queste due istanze che va approfondita la riflessione riguardo al rapporto tra l’antico e il nuovo, perchè è il tema centrale sul quale studiosi teorici e architetti operativi hanno detto e fatto di tutto a livello edilizio, urbano e del paesaggio.

E’ proprio da gustare questo saggio, da leggere con attenzione e da rileggere, perché è solo dalla rilettura attenta che emergono quegli stimoli e quelle sollecitazioni che ci portano ad approfondire il tema della ricostruzione nell’ambito della cultura del restauro, facendo sì che si distingua l’operatore colto, il progettista di qualità, da coloro che a questa cultura non accedono.

Tra i tanti stimoli che si colgono da questo raffinato saggio ne emerge uno, che è il tema che mi ha accompagnato per tutta la vita professionale, di ricercatore e per i vent’anni nei quali ho diretto rec_magazine: quello della qualità dell’intervento di restauro e dell’aggiunta del nuovo nel contesto storico stratificato.

Indifferente è la scala nella quale concepiamo il problema, può essere quella del particolare costruttivo, della soluzione ingegneristica del tipo strutturale, del complesso edilizio, del sito minore storico fino alla scala del paesaggio, non ultimi i problemi sociali all’interno dei quali le valutazioni tecniche devono essere maturate.

Il problema della qualità dell’apporto progettuale che si esprime sul contesto storico o paesaggistico di uno scenario sconvolto dal sisma non può essere affrontato senza una specifica cultura del restauro. E’ solo all’interno di questo particolare e specifico settore che s’interpretano le chiavi di lettura per affrontare i problemi, che si acquisisce quello spirito critico e quella sensibilità che chi proviene da altri universi come l’ingegneria strutturale, l’architettura compositiva, il design non potrà mai avere. Sono occhi esercitati quelli che consentono di leggere materiali, strutture, stratificazioni, cicli vitali sovrapposti, tradizioni costruttive, tutti dati che nella progettazione portano quelle competenze che consentono di  progettare il nuovo in modo particolare.

Questa cultura, che ci deriva da secoli di dibattito e di approfondimenti scientifici e teorici, ci fa leggere la specificità e la singolarità di ogni borgo storico, ci fa conoscere in modo analitico le fabbriche fisiche, dove le culture materiali di ogni epoca hanno stratificato le loro azioni, e ci fa interpretare i segni del paesaggio edificato come significati  e non come eventi. Ancora, essa ci permette di mettere in sequenza, con il metodo che le è proprio, le fasi di analisi, di diagnosi e della sintesi, e ciò a tutte le scale operative per individuare i "limiti e i modi" del progetto del nuovo.

E’ una cultura, questa nostra cultura del restauro, che Carbonara individua come la terza via, e noi non possiamo che essere con lui, alternativa sia all’inserimento ipermodernista, autoreferenziale e pesantemente contrapposto alla presistenza, a livello di architettura, contesto  o paesaggio, sia all’imitazione analogica  e acritica delle forme del passato, che non distingue tra autentico e copia e tra falso e originale.

A questo riguardo, non posso non contrapporre la ricchezza e lo spessore di queste considerazioni a quelle che Renzo Piano ha reso qualche tempo fa in merito alla ricostruzione post sisma e alle proposte operative da lui stesso avanzate per risolvere il problema della ricostruzione post sisma. (Link editoriale Piano con il sisma)

E’ un modo diverso, più semplificato e sbrigativo, quello che propone il grande archistar, che è sicuramente orgoglio della nazione ed esempio di progettazione del nuovo ma che qui ha delineato una strada senza uscita. Semplificando, impoverendo e quasi banalizzando il problema, e ignorando una cultura che gli è estranea, Piano propone come soluzione pochi riferimenti tipologici caratteristici dell'edilizia minore dell'Italia centrale così da ripetere quei modelli in ogni realtà e in ogni latitudine.

Quella terza via, alla quale fa riferimento Carbonara, che comporta pensiero e riflessione sul restauro, viene ignorata e con lei quella strada faticosa e difficile che invece hanno imboccato tanti giovani preparandosi nelle scuole di specializzazione, che malgrado tutto seguono molti tecnici delle Soprintendenze, lavorando solitari dietro alle loro scrivanie, e che con grande fatica percorrono molti liberi professionisti nella loro attività quotidiana.