ISSN 2283-7558

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L'EDITORIALE

Domanda inopportuna?

Da diecimila anni tutta l’architettura è basata sulla calce, dall’emergenza di carattere civile all’edificio rurale e dal borgo storico al monumento religioso, e ciò a tutti i livelli, ossia dalle fondazioni al tetto e dalla struttura muraria alla decorazione superficiale, sia essa orizzontale o verticale. Chi ignora tecnologie produttive, composizione e modalità d’impiego della calce non potrà mai intervenire con qualità né nel nuovo né nel restauro.

An embarrassing question?

Lime has been the basic material in architecture for ten thousand years. Architects have been using lime for all sorts of works – including emergency interventions on civil buildings, as well as rural premises, historic villages, and religious monuments – and at all levels, that is, in foundations, roofs, masonry walls, and horizontal and vertical finishings alike. If you don’t master the manufacturing techniques, composition and usage of lime, you will never be able to make quality construction and restoration.




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Alla prima lezione di un corso di restauro in una facoltà di architettura, alla prima carrellata di immagini, mentre si introduce il tema del restauro architettonico, un docente cerca di sondare la preparazione dei suoi allievi per capire su quali argomenti fare leva per accendere in qualcuno, se non in tutti, l’interesse e la passione. Interloquendo prima sui temi generali, poi su qualcuno più specifico nell’ambito della storia dell’architettura e, infine, sulla storia delle tecniche costruttive, il docente si accorge che i suoi studenti hanno scarse o nulle conoscenze di come si costruiva in epoca preindustriale.

Poco male, pensa il docente, glielo spiegherò io: illustrerò loro materiali, strutture e tecniche costruttive di quell’area partendo dalle conoscenze di base, quantomeno generali, da implementare e arricchire. Proprio per sondare le competenze in merito formula una banale domanda: “chi tra di voi sa dirmi la differenza tra una calce aerea e una idraulica?” … silenzio pesante tra gli studenti… Allora il docente formula una seconda e più specifica domanda: “chi mi sa dire com’è fatta una calce aerea?” Risultato? Nessuno dei 70 partecipanti al corso tenta di rispondere. Ciò significa che, ormai al terzo anno di una facoltà di architettura, la maggior parte degli studenti non sa che la calce è l’elemento base per interpretare e conoscere la storia dell’architettura, quantomeno nel bacino del Mediterraneo.
Da diecimila anni tutta l’architettura è basata sulla calce, dall’emergenza di carattere civile all’edificio rurale e dal borgo storico al monumento religioso, e ciò a tutti i livelli, ossia dalle fondazioni al tetto e dalla struttura muraria alla decorazione superficiale, sia essa orizzontale o verticale.

A parte l’immaginabile sconcerto personale di quel docente, che si è prontamente ripreso dal malore, ci sono alcune riflessioni che emergono forti da questa drammatica ignoranza perché, come tutti sanno, la calce è l’A B C dell’architettura; non sapere cos’è, come si produce e il suo ciclo, che la porta da essere sasso al diventare … sasso, e soprattutto come s’impiega, significa essere ciechi di fronte all’architettura.

La prima riflessione è immediatamente legata al restauro: non è possibile costruire un impalcato di conoscenze, che entrano in profondità della materia e che vanno dall’analisi e diagnosi del degrado dei materiali al dissesto delle strutture statiche, se non si leggono e riconoscono i leganti. Ne consegue come sia impossibile individuare le tecniche d’intervento più opportune quando si ignora la natura intima dei materiali, la chimica dei fenomeni, la loro tecnologia costruttiva e, soprattutto, l’evoluzione nell’utilizzo di questi materiali. La storia del costruire è importante per capire ed intervenire in modo corretto, a misura e con soluzioni compatibili cioè per conservare quella struttura o quel materiale, non per riprodurli a “l’identique”, ossia per inventarsi il com’era, come ancora sostiene chi si attarda su posizioni superate del restauro.

La seconda è come possa essere stata studiata la storia dell’architettura fino a quel momento senza conoscerne la materia costruttiva più importante, che è la calce e che significa intonaci, pellicole pittoriche, malte di allettamento, ossature murarie, volte e derivati vari. Vuol dire che si è studiata ancora una volta la storia dell’immagine esterna degli edifici, tipica di quel visibilismo che si sperava superato. In quella storia si privilegiava la lettura delle forme e degli stili, dei partiti decorativi e degli elementi formali, dei chiaroscuri; inoltre, ci si perdeva sulle attribuzioni e sulle influenze, tutti dati importanti ma che limitano la comprensione dell’architettura alla superficie, alla pelle. E’ anche da dire che la maggior parte dei testi di storia dell’architettura, tuttora anche degli autori più conosciuti, non descrive la natura delle strutture, che giudica argomento svilente, ignora le finiture superficiali interne ed esterne, in quanto tema considerato da periti o geometri, non parla mai di tinte e colori, perché si legge ancora l’architettura in bianco e nero, riporta disegni di piante e sezioni di edifici che semplificano tutto ciò che non appare alla vista e che appaiono senza materia e senza struttura. In quei grafici, gli edifici potrebbero essere fatti di plastica o di polenta, tanto sono muti nel rappresentare volte, capriate, solai, muri, nodi costruttivi e tecnologie.

La terza ed ultima riflessione è come si possa affrontare oggi, ma anche domani perché le lacune restano, la stessa progettazione del nuovo: se non si conosce la calce non si conosce nemmeno il suo fratello più giovane che è il cemento, materiale questo poco gradito ai restauratori, e quindi suo cugino il calcestruzzo e di conseguenza il cemento armato, anche qui con tutti i derivati tecnologici che sono infiniti. Non è raro nell’università, ma anche nella professione, che la progettualità compositiva privilegi l’aspetto creativo, voli alta sull’ideazione di forme e volumi, si eserciti sulla creatività artistica di architetture e immagini complessive piuttosto che chiedersi come queste strutture siano costruite e stiano in piedi. Così, l’aspetto tecnologico e materiale sempre più spesso viene delegato a competenze altre, quali gli ingegneri, i geometri o i periti più abili e preparati in questi compiti.
In questo senso, sia nella progettazione del nuovo sia nel restauro, delegando la conoscenza della componente materiale, prima in fase di analisi e poi giocoforza in fase di progetto, non si controllano più le tecniche d’intervento e quindi le modalità operative, le loro quantità, le tempistiche d’esecuzione e, infine, i loro costi unitari e complessivi, che non pare sia poca cosa. In pratica, queste carenze di base fanno sì che s’ignori tutto ciò che non è l’immagine e la superficie dell’architettura.

E’ indubbio che viviamo in un’epoca che privilegia l’immagine ai contenuti, l’apparire sull’essere, il navigare in superficie sul Web piuttosto che approfondire tramite la lettura dei testi scritti, e in genere tutto ciò che appare a ciò che in realtà è, portandoci a trascurare l’aspetto fisico-materiale delle cose.
Ma la conoscenza della cultura materiale è imprescindibile nel nostro mestiere sia sotto l’aspetto storico, e riferita quindi al restauro, sia per quanto riguarda la realtà contemporanea e quindi all’architettura.

E’ questo uno dei tanti grandi insegnamenti che il compianto Marco Dezzi Bardeschi ci ha lasciato e tramite il quale ha scardinato i fondamenti del restauro tradizionale rivoluzionando teoria e prassi. E’ di poco fa la notizia della sua inaspettata scomparsa; maestro unico, straordinario e irripetibile è stato per tutti esempio, stimolo, incentivo, critica costruttiva nella professione, nella ricerca e nella didattica.
E’ proprio pensando a lui, alla sua concretezza e alla sua straordinaria curiosità per la fisicità materica delle architetture storiche, che è nata dalla sua personale riscoperta dei nuovi metodi storiografici della nouvelle histoire (quelli di Marc Bloch e Lucien Febvre per capirci, poi sfociati nella cosiddetta École des Annales), che mi piace citare i “Principi di architettura civile” di Francesco Milizia (Remondini, Venezia 1785) quando vengono contrapposte due diverse figure di architetto.

" II. Requisiti necessari all'architetto.

Conoscerà egli allora che una infarinatura di belle lettere è utile all'architetto per i vari bisogni che frequentemente gli occorrono di spiegar le sue idee a voce e in iscritto. L'eseguire ciò con metodo, con chiarezza, con facilità, con brio, è un requisito necessario e non comune. Vitruvio non suggerisce all'architetto il dono della parola, credendo forse che l'eloquenza dell'architetto debba consistere nelle sue opere. Plutarco infatti racconta che presentati due architetti al popolo di Atene per ottenere la condotta d'un considerabile edifizio, uno di costoro, più esperto nell'arte di parlare che in quella di fabbricare, incantò gli Ateniesi colla sua loquela: l'altro sempre zitto, all'ultimo disse queste sole parole: "io, signori miei, farò quanto costui ha detto".

 

mbjg