ISSN 2283-7558

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L'EDITORIALE

TRA CULTURA MATERIALE E AUTENTICITA'

Negli anni ’80 e ’90 […] venivano considerati marziani coloro che proponevano di conservare le testimonianze della storia della cultura materiale. Dopo le pietre, che forse erano più facili da conservare perché generalmente più formalizzate, l’attenzione si è rivolta ai mattoni, dopo un decennio agli intonaci e quindi alle finiture, fino ad arrivare ad oggi, quando altri marziani per la prima volta parlano di conservazione di serramenti.

MATERIAL CULTURE AND AUTHENTICITY

In the 80s and 90s [...] were considered ‘odd’ those people who wanted to preserve the testimony of the past. After the first conservation of the rocks, the attention moved to bricks and later to plasters. Now, for the first time we hear talking about the conservation of fixtures.




La storia della cultura materiale studia gli aspetti materiali delle attività finalizzate alla produzione, distribuzione e consumo dei beni e le condizioni di queste attività nel loro divenire e nelle connessioni con il processo storico” (T. Mannoni nell’editoriale di Archeologia Medievale I, 1974).

E’ forse giusto cominciare da questa definizione di Tiziano Mannoni la presentazione di questo particolare numero monografico sulla conoscenza e conservazione dei serramenti storici, perché il suo modo di fare archeologia ci ha influenzato tutti moltissimo.

Il lavoro faticoso e difficile che hanno svolto i coordinatori della rivista, gli autori dei saggi e anche gli artigiani, che quei serramenti hanno restaurato con le proprie mani, s’inquadra infatti nella rivoluzione che la storia della cultura materiale ha portato nel mondo del restauro architettonico.

Quella che l’archeologo Mannoni, con il suo modo originale di fare storia, ha contribuito a indirizzare è stata una stagione particolarmente fertile, nella quale il restauro cercava di cambiare rotta orientando l’attenzione non solo all’immagine dell’architettura, all’aspetto esteriore, ai suoi valori figurativi, stilistici e formali ma anche alle materie, alle strutture e a tutta quell’organizzazione statico-strutturale e appunto materica che ne costituisce la sostanza spesso non visibile all’esterno.

Chi ha avuto la fortuna di partecipare a quella stagione come studente, docente o collaboratore, ricorda che in quel periodo, negli anni ’80 e ‘90, in alcuni ambienti universitari e tra pochi soprintendenti c’era un dibattito straordinariamente vivo, attento ai contributi che provenivano da diversi campi disciplinari. Il restauro guardava all’archeologia ma anche alla chimica industriale, alla diagnostica non distruttiva, alla storia della critica, a quella delle tecniche costruttive non escludendo l’approfondimento sui teorici del restauro che un secolo prima parevano anticipare cambiamenti e riletture. Iniziava proprio lì un modo diverso di interpretare il restauro che un po’ alla volta riusciva a maturare una visione più ampia e più conservativa. In quegli anni, pensare in modo diverso i temi del restauro era considerata una ricchezza culturale, una ragione per confrontarsi, dibattere e quindi crescere; la realtà oggi è assai diversa … ma lasciamo perdere.

Oltre agli studi sulla storia della cultura materiale il restauro architettonico mutuava da quell’archeologia anche la lettura stratigrafica degli elevati, metodo straordinario di far parlare muri, intonaci o pietre, evidenziando direttamente sulle murature rapporti di anteriorità e posteriorità, mettendoli in sequenza temporale prima relativa e poi assoluta. In pratica, la ricerca storica veniva fatta anche sui reperti, su cui si studiavano i processi costruttivi quali la tessitura muraria, l’organizzazione del cantiere, le tecniche pre-industriali di produzione delle pietre (se a  taglio con sega o a spacco), la posa in opera (se a secco o con malte), l’individuazione dei i processi tecnici di fabbricazione del mattone, del tufo o della pietra ecc.….

Sempre dall’archeologia stratigrafica, non quella di sbancamento che è altra cosa, si prendevano spunti su come finalizzare il rilievo, la mappatura dei materiali, oppure come approfondire certi temi tramite la mensiocronologia o la dendrocronologia applicate al cantiere architettonico, ecc. Sono molte le influenze che l’archeologia ha avuto nello spingere il restauro verso orizzonti di conoscenza più ampi e verso fini più conservativi.

Questa necessità di conoscere aveva un primo obiettivo di tipo tecnico, volto a capire la materialità fisica dell’edificio, la cultura artigiana che l’aveva prodotto e, soprattutto, trasformato nel tempo; in pratica, ciò che la storia dell’architettura, intesa in senso tradizionale, aveva sempre trascurato perché giudicato privo di valore artistico.

Un secondo obiettivo era culturale, e riteneva che quella documentazione materica e quel mattone rimandassero ad una organizzazione sociale, a maestranze di cantiere, alle loro gerarchie e a tutta una serie di testimonianze sociali delle quali il documento di cultura materiale era portatore. Ne conseguiva che la fabbrica e la sua materia costruttiva non era più intesa solo come contenitore di “valori” in quanto rapportabili alla storia dell’architettura o a quella dell’arte ma perché relazionabile ad una miriade di altri fattori, ossia per il fatto stesso di esistere ed essere immersa in un contesto. Altra conseguenza era che la struttura della fabbrica non poteva essere generalizzata come schema o “tipo” ma andava considerata per la singolarità e la specificità delle sue componenti.

Il passaggio quasi automatico è la rivalutazione di ogni elemento in quanto portatore di una specifica singolarità relazionata ad altri oggetti od eventi; in quest’ambito, diventa più significativo il dettaglio di per se stesso piuttosto che la verifica della sua corrispondenza con astratti modelli di carattere generale.

Questi marziani, perché così venivano considerati coloro che proponevano di conservare delle testimonianze della storia della cultura materiale, hanno fatto molta strada e dopo le pietre, che forse erano più facili da conservare perché generalmente più formalizzate, l’attenzione si è rivolta ai mattoni, dopo un decennio agli intonaci e quindi alle finiture, fino ad arrivare a oggi, quando altri marziani per la prima volta parlano di conservazione di serramenti.

In questo numero di rec_magazine vari studiosi mettono in luce numerose problematiche che non voglio qui anticipare mentre mi preme segnalare che è grazie a questa cultura che i marziani sono nati e si sono formati.

Per ultimo è da dire che qualche decennio fa nascevano degli straordinari studi sui materiali costruttivi pre-industriali che catalogavano per area culturale e geografica tecniche, materiali e soluzioni, rilevavano con minuta precisione dettagli, nodi o particolarità, operando sia sulla realtà sia in archivio e recuperando capitolati, prescrizioni e protocolli. Il loro fine però era quello di arrivare al “manuale del restauro” per riprodurre il nuovo sulla base dell’antico; in pratica l’obiettivo era indicare come rifare solai, murature e anche serramenti in un modo simile al com’era dov’era che si autodefiniva “à l’identique”.

C’è una radicale differenza tra chi studia il documento materiale per cercare di conservarlo e tramandarlo il più possibile integro al futuro e chi, invece, lo fa con lo scopo di riprodurlo tale e quale; questa differenza si chiama autenticità, carattere distintivo che il primo possiede e il secondo invece no.

 

Gli approfondimenti in questo campo, si sa, sarebbero tanto sterminati quanto affascinanti ma mi fermo qui e concludo citando il pensiero di altri due grandi studiosi che hanno contribuito a far evolvere il pensiero sul restauro e ai quali per molti versi si deve il presente numero monografico.

Anche nel caso di una riproduzione altamente perfezionata, manca un elemento: l’hic et nuc dell’opera d’arte - la sua esistenza unica e irripetibile nel luogo in cui si trova.

Ma proprio su quest’esistenza, e in null’altro, si è attuata la storia a cui essa è stata sottoposta nel corso del suo durare. In quest’ambito rientrano sia le modificazioni che essa ha subito nella sua struttura fisica nel corso del tempo, sia i mutevoli rapporti di proprietà in cui può essersi venuta a trovare.

La traccia delle prime può essere reperita soltanto attraverso analisi chimiche e fisiche che non possono venire eseguite sulla riproduzione; quella dei secondi è oggetto di una tradizione la cui ricostruzione deve prescindere dalla sede dell’originale. L’hic et nuc dell’originale costituisce il concetto della sua autenticità... L’intero ambito dell’autenticità si sottrae alla riproducibilità tecnica.

L’autenticità di una cosa è la quintessenza di tutto ciò che, fin dall’origine di essa, può venir tramandato, dalla sua durata materiale alla sua virtù di testimonianza storica. Poiché quest’ultima è fondata sulla prima, nella riproduzione, in cui la prima è sottratta all’uomo, vacilla anche la seconda, la virtù di testimonianza della cosa. Certo soltanto questa; ma ciò che così prende a vacillare è precisamente l’autorità della cosa”. (W. Benjamin, “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica”, Torino, 1966, pp. 22-23).

Relativamente al tema possono essere ben diverse le motivazioni che si vorranno escogitare, ma alla fine le operazioni da compiere per conservare e preservare un intonaco al suo posto sono esattamente le stesse sia che si tratti -che so- del Cenacolo di S. Maria delle Grazie o della Cappella Pazzi che della più modesta casa popolare. Poiché se la risposta alla domanda precedente (si è o no conservato nella pratica del lavoro quel contesto materico?) non fosse positiva, quella che verrebbe improvvisamente meno -come diceva Benjamin- sarebbe l’autenticità della cosa, e dunque la sua autorevolezza e credibilità” (M. Dezzi Bardeschi, “La materia e il tempo”, in Recuperare, n. 2, nov-dic 1982, p.94).

 

NOTA AGGIUNTIVA

In questa breve riflessione non si può non sottolineare che lo studio della cultura materiale ha le sue radici lontane in alcuni punti di forza del pensiero scientifico, filosofico e critico della prima metà dell’Ottocento. Ne sta alla base soprattutto la crisi nelle certezze del pensiero scientifico-illuminista di ascendenza cartesiana, che porta alcuni pensatori dell’epoca ad opporsi ad una visione della storia come dispiegamento di invarianti e di fattori assoluti. Viene privilegiato, in contrapposizione, un modo diverso di considerare la realtà, restituendo cioè ad ogni fenomeno un passato e un futuro diversi tra loro. L’interesse si concentra progressivamente sugli elementi di vita quotidiana, sul fatto apparentemente giudicato minore, meno formalizzato, ecc. In particolare, la storia dell’arte cessa di essere una storia evenemenziale, di emergenze emblematiche considerate eccezionali e vi sostituisce progressivamente l’oggetto materiale comune ed anonimo, che non trasmette “emozioni” astratte che trascendono la realtà ma contenuti e chiavi di lettura per dipanare quadri sociali e di relazioni intese nel modo più ampio.

Dallo studio degli oggetti singoli, intesi nella loro matericità, il passo successivo e immediato, in termini di tempo, è quello di allargare l’analisi alle “relazioni” e ai “rapporti” reciproci tra oggetti e discipline di studi. Numerosi sono in questo periodo i contributi provenienti da settori diversi, si ricorda Auguste Comte (1798-1857), Charles Darwin (1809-1882), Emile Durkheim (1858-1917), Humphry Davy (1778-1829), Lucien Febvre (1878-1956), Claude Lévi-Strauss (1908-2009), ecc.

Notevole impulso in tale senso è dato dagli studi della seconda metà dell’Ottocento sulla quotidianità e, soprattutto, sul materialismo storico e le relative analisi sull’economia dei fatti urbani. In quest’ultimo caso l’ottica tradizionale viene ribaltata e il problema considerato in senso molto pragmatico; i fatti urbani cioè, per essere compresi, devono essere continuamente confrontati tra loro, verificati sperimentalmente e, comunque, l’analisi non può prescindere dagli oggetti stessi.

La storia del substrato, in contrapposizione a quella delle emergenze, trova terreno fertile alla fine degli anni Venti nella rivista di Marc Bloch e di Lucien Febvre dal titolo “Annales d’histoire économique e social” (1929). In questa sede si ampliano i confini delle attenzioni dello storico che indaga la realtà in tutti i suoi aspetti, tendendo sempre più a sviluppare le relazioni che collegano evento ad evento e le infrastrutture o le strutture piuttosto che le sovrastrutture.

Nel dopoguerra lo studio della cultura materiale si è sviluppato sia nel filone della storiografia che fa capo alle “Annales” sia nell’ambito della storiografia marxista, e in particolar modo polacca. Assai chiara risulta la definizione che ne da Witold Kula (1916-1988): “storia dei mezzi e dei metodi praticamente impiegati per la produzione” oppure Fernand Braudel: “infrastoria condizionata da abitudini, eredità, scelte a volte anche molto remote e non perfettamente coscienti”. Evidentemente lo studio presuppone strette connessioni per esempio con l’archeologia, con l’etnologia, con la storia della salute e della mentalità, coinvolgendo settori sconfinati che vanno dall’abitazione al vestiario, dallo studio delle tecniche alla scienza dell’alimentazione, ai dati biologici, ecc.