ISSN 2283-7558

articolo

L'EDITORIALE

Come Marco Polo

E’ difficile portare a compimento un qualsiasi progetto per il peso devastante della burocrazia che è diventato per gli studi professionali quasi insostenibile, per i tempi che diventano costi e, soprattutto, per la costante assenza di risposte certe che l’apparato pubblico fornisce. Oggi, lavorare a Venezia da dove scrivo e da dove 7 secoli fa è partito Marco, o in qualsiasi realtà italiana, è come un viaggio a piedi lungo la via della seta da Venezia a Shangdu, la mitica Xanadu, residenza estiva del Kublai Khan, nipote di Gengis Khan, poco a nord di Pechino.

Like Marco Polo

Nowadays, it is quite hard in Italy to complete any kind of project because of the heavy bureaucracy surrounding it. This makes it almost impossible for the professionals to work due to the lack of concrete and fast responses from the public administrations. In order to work in Venice (from where I’m writing from), but actually in any parts of Italy, it is like travelling on foot along the long Silk Road: from Venice to Shangdu and the incredible Xanadu summer residence of Kublai Khan. 




 

Recentemente abbiamo concluso, in collaborazione con dei bravi colleghi (Studio H&A), un importante cantiere di riuso di una archeologia industriale nell’isola di Murano a Venezia. Riflettendo a posteriori, in occasione di una pubblicazione, il pensiero non è andato al rapporto tra preesistenza e nuova funzione o alla qualità intrinseca del progetto e nemmeno alle caratteristiche operative del cantiere, anche se è stato particolarmente complesso, ma, come per un riflesso condizionato, si è fermato brutalmente ai suoi tempi di gestazione.
Mi sono venute in mente le fasi interminabili delle approvazioni, le difficoltà burocratiche, le strade percorse  e ripercorse più volte, i molteplici incontri utili e inutili con autorità, funzionari, tecnici e tanti altri poco gradevoli momenti, le figure di politici che comparivano e svanivano; è stato un cammino costantemente incerto e lunghissimo.
Per questo mi piace paragonare il nostro Committente e noi progettisti ai fratelli Nicolò e Matteo Polo che con il figlio Marco partirono da Venezia nel 1271, raggiungendo a piedi, dopo infinite difficoltà, la corte del Kublai Khan dopo tre anni e mezzo.

 
Questo progetto di riuso ad albergo della fabbrica del vetro De Majo ha impiegato 4 anni per arrivare all’approvazione (quattro anni). E’ proprio la sensazione del viaggio verso l’ignoto quella che ha caratterizzato il lungo iter progettuale, un percorso interminabile, pieno di pause forzate, di imprevisti, di interpretazioni soggettive e contrastanti dei vari uffici, di norme farraginose che hanno obbligato la compagine dei viaggiatori a dover ripercorrere le stesse strade più volte anche con abiti diversi e con dei tempi che, a raccontarli, sono inimmaginabili.
Il padre e lo zio di Marco erano già stati nel “Catai” e avevano una grande capacità di viaggiare, conoscevano le lingue, le monete e le unità di misura, sapevano vivere in tutti gli ambienti e patire anche le pene fisiche che quel lungo viaggio comportava. Allo stesso modo la società dei committenti è composta da soci dalla solida esperienza nel settore dell’imprenditoria edilizia, costruttori che hanno realizzato e gestito attività nel tempo, non speculatori mordi e fuggi ma viaggiatori che hanno percorso le lunghe strade dell’edilizia per decenni; anche i progettisti, sono professionisti che operano da moltissimi anni nelle paludi veneziane, ne conoscono bene i canali, i fondali melmosi e le secche, oltre a avere una produzione culturale e scientifica nel restauro particolarmente rilevante.
Ciononostante, anche se la compagine era ben preparata, questo lungo viaggio per ottenere i titoli edilizi ha avuto tempi analoghi a quelli di Marco Polo. Si tace sempre su questo problema sia per una sorta di timore della ritorsione di qualche ufficio sia per dimenticare i tempi, le fatiche, i compromessi, i costi del personale, le suppliche e non ultime le umiliazioni che l’apparato burocratico infligge a chi opera. E’ sbagliato tacere. E’ sbagliato perché sono problemi che coinvolgono la maggior parte di chi opera nella filiera dell’edilizia: committenti, progettisti, esecutori e fruitori.
Oggi, lavorare a Venezia da dove scrivo e da dove 7 secoli fa è partito Marco, oppure nel Veneto, in Piemonte, nel Lazio o in qualsiasi realtà italiana, è difficilissimo sia per la complessità delle norme sovrapposte sia per la costante incertezza che grava ogni passaggio fino alla necessaria agibilità finale. E’ come un viaggio a piedi lungo la via della seta da Venezia a Shangdu, la mitica Xanadu, residenza estiva del Kublai Khan, nipote di Gengis Khan, poco a nord di Pechino.
 
E’ difficile portare a compimento un qualsiasi progetto per il peso devastante della burocrazia che è diventato per gli studi professionali quasi insostenibile, per i tempi che diventano costi e, soprattutto, per la costante assenza di risposte certe che l’apparato pubblico fornisce. Sono proprio questi i grandi problemi dell’edilizia: i tempi, i costi e l’incertezza.

 
I tempi >> Lo studio professionale non riesce oggi in Italia, a meno che un socio più o meno occulto non sia assessore all’edilizia, a garantire con precisione ai suoi committenti i tempi di approvazione di un qualsiasi progetto e ciò anche se il progetto è corretto, risponde alle norme e osserva scrupolosamente i molti passaggi burocratici. Ciò che rende più incerto il percorso, e quasi impossibile prefigurare l’iter di approvazione, è soprattutto la soggettività nell’interpretazione delle norme e dei regolamenti da parte dei singoli funzionari, che muta da una giunta all’altra, oppure anche nella stessa Istituzione da un funzionario all’altro. Si concordano delle soluzioni poi altri funzionari vedono la pratica e la respingono. Analogamente alla carovana dei Polo non si è in grado di capire se lungo questa tortuosa via i mercanti-esploratori potranno trasportare il 100% delle loro mercanzie oppure se nel percorso dovranno lasciarne a terra della parti.
Questa drammatica realtà è entrata così profondamente nel comportamento dei vari soggetti coinvolti nel ciclo edilizio che pare normale che passino 6, 9, 12 mesi per ottenere delle approvazioni, anzi ci si stupisce se arrivano prima. Ma in altre realtà, più avanzate e al contempo rigorose della nostra, non è così e nessuno potrebbe immaginare di lavorare in questo modo.
In un recente viaggio di lavoro a Francoforte ho potuto visitare un bell’intervento di recupero di un’archeologia industriale che aveva molte analogie con il  complesso De Majo. Si trattava di strutture ottocentesche in laterizio costruite in prossimità di un lago, quindi in zona di vincolo, all’interno delle quali si stavano realizzando una cinquantina  di unità abitative con diverse caratteristiche, tipologie e finiture. Nel complesso erano un po’ tristi, com’è uso in quel Paese, ma molto ben costruite, perfettamente organizzate, già tutte vendute prima di iniziare il cantiere, insomma una bella operazione imprenditoriale e un bel progetto.
Non volevo chiederlo, perché poi l’avrebbero chiesto anche a me, ma non ho resistito e ho formulato la fatidica domanda al collega locale: “in quanto tempo avete avuto l’approvazione di questo grande progetto architettonico compresa la parte viaria e urbanistica?”
La risposta dell’architetto è stata immediata, segno che in quelle realtà è consuetudine operare in tal modo: “Se progetto ben fatto e se completo sono 3 settimane, se problemi si corregge e allora sono 4 settimane” … Mi sono subito ripreso dal malore che mi ha colto e barcollando mi sono allontanato dal gruppo per evitare di rispondere all’inevitabile domanda: “e da voi? in quanto tempo in Italia si ottiene un titolo edilizio?”. In realtà avevo vergogna.
Il pensiero correva a quegli infiniti passaggi che purtroppo tutti noi consideriamo normali, quali paesaggistica, urbanistica, edilizia, vigili del fuoco, genio civile, soprintendenza, più quelli specialistici per gli impianti tecnologici, le acque, le terre, le strutture, l’acustica, per non parlare delle gare di progettazione con la demenziale documentazione da produrre. Il tutto poi, spesso, soggetto a conclusive valutazioni di carattere politico, e allora in questo caso… apriti cielo. Oggi poi tutto questo è ingigantito dallo smart working. E’ ormai un anno che trovare un funzionario pubblico in un ufficio è come ai tempi dei Polo trovare un occidentale nel Catai.
  
I costi >> Il medio piccolo professionista si sente responsabile di tutto il complesso iter burocratico e diligentemente se ne fa carico come se fosse un dovere implicito nel compito del progettista interloquire quotidianamente con decine di uffici. Ma non è così! Non deve essere così!! La realtà dovrebbe essere come in Germania “Se progetto bene fatto….”. Ciò comporta stillicidi continui quali riprodurre documenti che il più delle volte sono già in possesso degli uffici, capire l’interpretazione che ogni singolo funzionario da delle norme, che è sempre diversa anche nello stesso ufficio, costi per consegnare copie cartacee di cortesia perché la maggior parte degli uffici è arretrata tecnologicamente, costi per i sopralluoghi, per le code fuori dagli uffici … e si potrebbe continuare ma mi fermo qui.
 
Le incertezze >> Alla domanda di un qualsiasi committente che investe un capitale nell’edilizia “è possibile architetto realizzare delle residenze, del terziario o del commerciale all’interno di questo borgo, di questa archeologia industriale o di questo palazzo?” la risposta di un qualsiasi professionista, a meno che non sia incosciente, è quella che deve verificare le condizioni edilizie e urbanistiche, la legittimità, i parametri, le norme che si traducono in un: “si sarebbe possibile però…”, oppure “no, non si potrebbe ma se facciamo così forse…” E’ un terreno incerto, interpretabile, non si riesce quasi mai ad ottenere risposte concrete, che siano costanti da una giunta all’altra e da un funzionario all’altro. Quando poi si ricorre ai vertici politici per l’immobilismo delle basi ed entra in campo il Cetto Laqualunque di turno allora c’è un ulteriore drammatico stallo perché il terreno della politica è notoriamente traballante, promette ma non da certezze.
  
Oggi si chiedono tempi certi per le risposte e r-i-s-p-o-s-t-e c-h-i-a-r-e, non meno burocrazia ma burocrazia zero, regolamentazioni più semplici, professionalità e specializzazione del tecnico alle dipendenze della pubblica amministrazione, velocità di approvazione o bocciatura di richieste o progetti e, soprattutto, norme che non siano interpretabili soggettivamente ma il più possibile oggettive e semplici. E’ questo il punto di vista del professionista, che dipende dall’interpretazione di un vigile del fuoco ignaro del restauro monumentale, di un medico dell’ASL che non sa leggere le planimetrie o di un diplomato ragioniere che valuta aspetti tecnici del progetto; è quello del commerciante che ha il diritto di sapere cosa, quando e come  può realizzare il suo investimento; è quello dell’operatore economico per il quale l’incertezza, i tempi di attesa lunari e la burocrazia sono costi che spesso lo portano fuori mercato.
  
Parafrasando ancora il parallelo con il viaggiatore veneziano è necessaria una strada certa e concreta che sia percorribile univocamente e non come la indicava Francesco Guccini in Asia nel ‘71: “E gli uccelli marini additano col volo / la strada del Katai per Marco Polo.”
E’ realmente infernale operare in questo contesto ed esserci abituati non significa che il problema non ci sia.
Per questo mi viene spontaneo concludere questa triste riflessione sui tempi del progetto ricorrendo al sublime dialogo immaginato da Calvino tra il Kublai Kan e Marco Polo, dove i luoghi descritti  dal mercante veneziano diventano simbolo della complessità e del disordine della realtà, e le parole  appaiono come il tentativo di dare un ordine a questo caos del reale. Perché ciò che Calvino vuole mostrare, come da lui stesso ha affermato alla fine del libro, è che “L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio” (Italo Calvino, Le città invisibili, Milano, 1993, p. 164).

   

Nowadays, it is quite hard in Italy to complete any kind of project because of the heavy bureaucracy surrounding it. This makes it almost impossible for the professionals to work due to the lack of concrete and fast responses from the public administrations. In order to work in Venice (from where I’m writing from), but actually in any parts of Italy, it is like travelling on foot along the long Silk Road: from Venice to Shangdu and the incredible Xanadu summer residence of Kublai Khan.