ISSN 2283-7558

articolo

L'EDITORIALE

Si salvi chi può, si salvi chi può ...

Il legislatore che ha formulato queste terribili norme per il risparmio energetico degli edifici, volute dalle multinazionali che producono polistirolo, stirene e vetro, non ha nessuna sensibilità per i valori storici e architettonici del nostro Paese.
A questo proposito è scandaloso il silenzio del Ministero della Cultura più attento a cambiarsi nome ogni due anni piuttosto che alla reale tutela degli edifici antichi e del paesaggio costruito italiano.

Then, it's just every man for herself!

The lawmaker that made these terrible rules wanted by the multinational corporations that produce polystyrene and glass, does not have any sensitivity for the architectural and historical values of our Country.
Regarding this, it is scandalous that the Ministry of Culture is more worried to change its name every two years than to protect the old ancient buildings and the italian landscape. 




Al momento le voci non erano distinguibili perché sembravano un sibilo dal tono molto alto poi, progressivamente, più mi addentravo nell’antico edificio più queste si facevano chiare e distinguibili. Erano voci terrorizzate, angosciose che ripetevano ossessivamente “si salvi chi può, si salvi chi può… aiuto, aiuto” e gli echi rimbalzavano sulle pareti del chiostro cinquecentesco, su tutte le magnifiche volte e sulle superfici intonacate dei vani retrostanti. Salendo al piano primo dallo scalone in pietra queste voci assumevano invece toni più bassi e cupi ma ripetevano continuamente la stessa frase.
Mi trovavo per motivi professionali all’interno di un complesso cinquecentesco costituito da architetture integre perlopiù autentiche, che conservavano in buono stato la gran parte degli spazi, delle strutture murarie, dei solai, delle volte e di tutte le finiture superficiali; in particolare, gli intonaci erano quelli originali a calce, assai segnati dal tempo e dalle manutenzioni, ma sostanzialmente risalenti all’epoca di costruzione. All’inizio della visita c’era un silenzio assoluto quasi da convento benedettino medievale poi, improvvisamente, quelle grida dai toni alti e bassi che si diramavano per tutto il complesso dentro e fuori, al piano terra e primo arrivando fino all’angusto vicolo d’accesso.
 
Francamente non ne capivo l’origine e neanche la ragione, era tutto così tranquillo e sicuro in quel luogo, era come se il tempo si fosse fermato. All’improvviso, girandomi all’indietro, ho visto comparire all’ingresso del chiostro una sagoma in controluce: era l’ingegnere termotecnico responsabile della progettazione degli impianti e con essi degli isolamenti termici che per normativa oggi tutti noi tecnici siamo costretti a inserire in qualsiasi edificio. Ho realizzato subito che le grida di terrore erano quelle degli intonaci, si proprio le loro, che alla vista del tecnico si erano già immaginati colpiti da martelli pneumatici, ridotti a calcinacci e sostituiti con cappotti di polistirolo e rasature di resina sintetica.
La paura di quei vecchi intonaci era sincera e ora riuscivo a distinguere chiaramente le grida diverse: quelle più acute provenivano dai marmorini monostrato del piano terra che, sottilissimi, rivestivano i muri di mattoni e malta di calce, quelli più cupi e sordi provenivano dagli spessi intonaci di cocciopesto del piano primo che, stesi in più strati, avevano numerosi mani di scialbo sovrapposte. L’angoscia e il terrore erano sinceri perché in quel centro storico da qualche mese nessun’intonaco storico si salvava più, perché chilometri quadri di cappotto isolante venivano posati ogni giorno al posto di marmorini, di intonaci grezzi fatti con la sabbia più grossolana, dei finissimi strati di stabiliture rifinite con grassello schiacciato, degli scialbi e delle finiture varie che, scalpellati, finivano tutti in discarica.

Ho subito cercato di tranquillizzare quelle povere testimonianze di cultura materiale, quelle documentazioni preziose di un sapere costruttivo, di un uso particolare delle calci, delle sabbie e del colore; se ciò mi riusciva con quelli del chiostro quelli del salone si agitavano e ancora più forte urlavano: “no! no vi prego! Il polistirolo no! ...”. Questo trambusto, che durava ormai da parecchi minuti, stava risvegliando anche le murature portanti e quelle secondarie che, ignare, erano da secoli assopite, sopportando cambi di carichi, l’umidità di risalita che le aggrediva su tutto il perimetro, l’apertura e chiusura di porte, il tutto senza mai lamentarsi e senza dare manifestazione visibile del degrado o del dissesto.
Bisognava agire subito altrimenti il panico avrebbe coinvolto tutte le strutture e le finiture dell’antico edificio e sarebbe stato il caos! Già sentivo il malumore serpeggiare tra i terrazzi alla veneziana, i soffitti stesi su incannucciato erano già tutti risvegliati, grande tensione serpeggiava tra i solai in legno. Così ho preso l’ingegnere termotecnico, che era ignaro del caos che lo circondava, perché sordo a quelle grida di terrore, e adducendo la scusa che l’edificio non era in sicurezza l’ho accompagnato all’esterno.
  
Appena usciti il bravo termotecnico, molto attendo alle energie rinnovabili all’ecologia nonché ai vari bonus, mi ha subito ragguagliato sulla sua visione del restauro: “Ho visto tutto caro professore, la situazione è chiara! O facciamo il cappotto all’esterno, con la finitura che vuole lei o come la vuole la Soprintendenza, oppure lo realizziamo all’interno, sempre con la finitura che desidera”.
Da dove comincio questa volta? Mi sono chiesto. Come faccio a fargli capire che un edificio storico non è una bivilla o un condominio degli anni ‘70?  “Ma ingegnere non si tratta di scegliere la finitura, questo intervento non si può fare! Sono superfici che hanno 500 anni e, a parte la loro bellezza che è forse un dato soggettivo, sono resti preziosi, testimoniano una capacità di lavoro artigianale, l’uso di materiali locali o anche d’importazione, possiedono storie lunghe che hanno accompagnato l’edificio attraverso utilizzi, guerre, abbandoni e riusi felici. Vede qui? Si scorgono delle superfici consunte, dagli strati di velatura superficiale; queste ad esempio sono manutenzioni operate in epoca pre-ottocentesca, da questa parte invece è tutto del 600. Per queste ragioni dobbiamo evitare di demolirli e trovare un modo diverso di interpretare la normativa”.

Ma non c’era proprio verso era il solito dialogo tra sordi, solo che lui aveva le norme e i bonus dalla sua parte.

Per ultimo ho provato con delle motivazioni di carattere fisico, forse più vicine alla sua formazione, dicendogli che quegli intonaci respirano come degli esseri viventi, hanno una permeabilità al vapore, una elasticità che li fa convivere perfettamente con le murature a sasso, in cotto o in legno. E’ sbagliato rivestire strutture traspiranti con rivestimenti plastici impermeabili, si imbottiglia l’umidità, inoltre sono molto rigidi e le strutture murarie sono elastiche. Inoltre, i monumenti storici non sono delle celle frigorifere dove bisogna rinnovare e migliorare l’isolamento perdendo di vista tutto il contesto.
”Bene, o il cappotto lo facciamo all’esterno o all’interno…” ripeteva ossessivo. Sarebbe stato inutile portare il discorso nell’ambito del restauro perché proprio non capiva, non vedeva, non riconosceva ciò che per tutti noi è scontato: il potenziale estetico di quell’immagine autentica, i valori che testimoniano quei resti di culture materiali, l’agire con compatibilità nei confronti dell’antico per conservarne anche la documentazione minore, quella non formalizzata. Sarebbe stata tutta fatica sprecata. Così, sconsolato, ho rimandato l’approfondimento a una prossima riunione.
 
Mentre stavo andandomene, anch’io pensando tra me e me a questa follia del “cappotto dentro o fuori….”, nei pressi dell’ingresso principale una voce mi ha chiesto gentilmente di potermi parlare. Era una voce sicura, antica, di grande educazione e fascino dovuto non solo al tono ma a come argomentava i pensieri e alle pause che usava tra un ragionamento e l’altro, quasi fosse fuori dal tempo. “Buongiorno - mi ha detto con tono autorevole - io sono il marmorino della facciata principale, sono quasi cinquecento anni che abito qui. Sento la gente parlare nella piazza, vedo i giornali al bar, ascolto le tv tramite i miei stipiti intonacati che entrano nelle abitazioni, quindi sono consapevole della situazione che stiamo vivendo. Quello che le suggerisco è di cambiare strategia con l’ingegnere termotecnico, perché è perdente contrastarlo sulla normativa e se perde lei noi intonaci spariamo da questa terra. Provi ad andare nel suo campo di gioco chiedendogli di rispondere a 3 domande; è un semplice ragionamento e gli ingegneri se li astrai dal restauro ragionano molto bene. Gli chieda

1) E’ vero che la produzione dei derivati degli idrocarburi, quali gli isolanti plastici utilizzati nell’edilizia e le resine sintetiche di rivestimento, contribuiscono al surriscaldamento dell’atmosfera e quindi al cambiamento climatico? La risposta non potrà essere che Si è vero.

2) E’ vero che è provato scientificamente che il polistirolo e lo stirene isolano dal freddo e non dal caldo, e andando verso un clima sempre più caldo questi saranno inutili perchè dovremo difenderci dal caldo e non dal freddo? Ed è quindi vero che un muro che ha massa come uno tradizionale in laterizio o pietra isola meglio dal caldo di uno rivestito da polistirolo?  La risposta non potrà essere che Si è vero.

3) E’ vero che il cappotto costituito da polistirolo accoppiato con la resina in un futuro molto prossimo dovrà essere smaltito come rifiuto speciale e non potrà essere riciclato? Cioè non sarà un prodotto smaltibile nelle discariche normali ma dovrà essere conferito alla discarica speciale come facciamo attualmente con l’amianto? La risposta non potrà essere che Si è vero.
Quindi, nei confronti di un edificio storico che è nel Paese del sole e non in Norvegia, il bilancio energetico dovrebbe essere valutato in modo più ampio considerando anche questi aspetti.
 
Ecco, provi a farlo ragionare così e vediamo se funziona, perché questo tecnico come il legislatore che ha formulato queste terribili norme, volute dalle multinazionali che producono stirene, polistirolo e anche vetrocamera, non hanno nessuna sensibilità per i valori storici e architettonici, non hanno attenzione per le quinte edificate, per i centri storici, per i borghi ma forse qualche altro argomento lo possono capire. Perché è solo conservando questi beni che si implementa anche il loro valore economico e la ricchezza del nostro paese è quella di avere singolarità e specificità autentiche e non avere superfici plastificate o edifici in Classe “A”.
E in questo, aggiungo, io, è incredibile il silenzio del Ministero della Cultura, più attento a cambiarsi nome che alla reale tutela dei valori storici e del paesaggio costruito.

Cesare Feiffer