Il Medioevo riemerso
dai pilastri della Cattedrale di Ferrara
Un libro che vuole raccontare, con l’aiuto di moltissime immagini, le eccezionali scoperte archeologiche effettuate nel corso del cantiere di consolidamento dei pilastri maggiori della Cattedrale di Ferrara.
Un'inaspettata occasione di "lettura diretta" del monumento, che ha permesso di rivelare l’interno originario della cattedrale medievale, i suoi capitelli, la sua architettura e le finiture delle superfici.
INTRODUZIONE (nota dell'autore)
I lavori sui pilastri della Cattedrale sono iniziati nel dicembre 2018, e si sono conclusi nell'ottobre 2024.
Il cantiere, e le eccezionali scoperte che questo ha riservato, hanno offerto spunti per molteplici possibili piani di lettura, e trattarli tutti in modo esaustivo sarebbe diventato troppo impegnativo.
Pertanto, pur accennando alle varie tematiche emerse, abbiamo ritenuto opportuno, per mantenere la trattazione contenuta, privilegiare un aspetto, quello forse meno “tecnico” ma sicuramente di maggior impatto “emotivo”, ossia la “scoperta” (o meglio la “riscoperta”) dei pilastri medievali, o più precisamente, delle parti di questi sopravvissute alla ristrutturazione settecentesca. Sono le parti non demolite perchè non interferenti con l’ambizioso progetto del Cardinale Ruffo, inglobate e occultate dal nuovo assetto architettonico conferito tre secoli fa all’interno della Cattedrale di Ferrara.
Un'anteprima era già stata pubblicata nel dicembre 2022, a seguito del consolidamento strutturale degli otto pilastri maggiori, nel nostro I pilastri medievali della Cattedrale di Ferrara, supplemento al n. 35 di "Ferrariae Decus Studi - Ricerche".
Il presente volume, redatto dopo l'ultimazione dei lavori, ha l’obiettivo di completarne i contenuti. Consta di cinque parti:
• Parte prima, seconda e terza: gli studi e gli interventi di consolidamento sugli otto pilastri maggiori (capitoli sostanzialmente già presenti nella pubblicazione citata del dicembre 2022);
• Parte quarta: Il progetto e l’intervento di ricomposizione degli apparati decorativi (integrazione e completamento dell’ultima parte della medesima pubblicazione);
• Parte quinta: Gli studi e gli interventi locali sui pilastri minori (capitoli aggiuntivi).
Il medioevo riemerso dai pilastri della Cattedrale di Ferrara
di Valeria Virgili con il contributo di Chiara Foresti e Francesco Pirani
Riccardo Tosi Editore, Ferrara, 2026
ISBN 979-12-82642-00-2
per ACQUISTARE il volume > QUI
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Tra le Presentazioni c'è un ricordo di Sabina Carbonara
Ho accolto con gioia, e con una certa emozione, la richiesta dell’arch. ing. Valeria Virgili di ripubblicare in questa occasione la presentazione scritta da mio padre nel 2022 per il volume I pilastri medievali della Cattedrale di Ferrara, edito da Ferrariae Decus.
Il cantiere della Cattedrale — e in particolare l’intervento di consolidamento sui pilastri maggiori — fu per lui non soltanto un luogo di lavoro, ma uno spazio di autentica collaborazione professionale, animato da stima reciproca e affinità intellettuale con gli architetti, gli ingegneri, i tecnici e i restauratori che vi presero parte. Conoscendolo, sono certa che avrebbe partecipato con vivo entusiasmo anche a questa nuova pubblicazione, cercando forse di ampliare e arricchire la sua precedente premessa alla luce dei risultati più recenti.
Il presente testo, riveduto, ampliato e corredato di raffinati apparati iconografici, include infatti sezioni dedicate ai pilastri minori, nonché al progetto di ricomposizione delle finiture dei sostegni e agli interventi sulle decorazioni pittoriche. Si può dunque parlare — riprendendo le argomentazioni di mio padre — di «un’occasione di restauro rivelatasi anche opportunità di aumento di conoscenze storiche, nel rispetto di quella funzione ‘rivelativa’ del restauro stesso raccomandata dalla Carta di Venezia del 1964, internazionalmente riconosciuta ma per la maggior parte di mano italiana».
In assenza di un’introduzione aggiornata da parte di Giovanni Carbonara, mi sembra tuttavia importante custodire e riproporre le sue riflessioni, offrendo al lettore la possibilità di rileggerle con rinnovato interesse. [Roma, 7 aprile 2024] Sabina Carbonara
Ecco la presentazione di Giovanni Carbonara nel 2022
L’intervento di consolidamento strutturale condotto sui pilastri della Cattedrale, danneggiati dal sisma del 2012 e aggrediti da un’invasiva umidità di risalita dal suolo, è stato concepito dall’ing. Giuliano Mezzadri e sviluppato successivamente dagli ingg. Chiara Foresti e Francesco Pirani, che lo hanno affiancato nell’affrontare questa tematica. In considerazione dell’importanza non comune del monumento, della sua veste decorativa sette-ottocentesca, della presenza di vecchie lesioni nei pilastri stessi, come testimoniano le cerchiature e gli incatenamenti metallici operati fra tardo Ottocento e Novecento, la progettazione strutturale, condotta con particolare accortezza, è stata preceduta da un’attenta ricerca storica, atta ad approfondire questa specifica tematica.
Questa s’è svolta, a partire dal 2018, a cura dell’arch. ing. Valeria Virgili, sia sulla letteratura relativa alla Cattedrale, sia sui documenti d’archivio, in modo da comprendere preventivamente le vicende relative ai pilastri che si erano susseguite nel tempo, spiegarne le cause e capire i rimedi, di volta in volta, applicati. Parallelamente la ricerca si è avvalsa dell’interrogazione diretta del manufatto, nella sua sofferente consistenza fisica, segnata da lesioni, distacchi d’intonachi, macchie ed erosioni provocate dall’umidità, e del riscontro diretto, de visu, con quanto si poteva arguire dai documenti scritti e grafici disponibili.
Ciò tramite indagini condotte, prima, con metodi d’analisi non distruttivi e poi, a cantiere aperto, con verifiche puntuali o più estese, a seconda dei casi, attuate rimuovendo cautamente e selettivamente gli intonachi che ricoprivano i pilastri settecenteschi.
Tutto questo, come accennato, al fine di comprendere la natura strutturale di tali pilastri, i quali hanno incorporato quelli medievali, conservandoli in gran parte, ma con un debole sistema di connessione delle due diverse compagini murarie, quasi mai ammorsate fra loro, tanto che già nel cantiere tardobarocco si fece uso di catene interne alle murature stesse, fornite di solidi capichiave.
Ma queste hanno sofferto della menzionata umidità, arrugginendosi fino a rompersi in più punti.
I pilastri settecenteschi, nonostante le apparenze, non si sono dimostrati, sotto il profilo strutturale, tutti uguali e nelle medesime condizioni di danno, ma piuttosto differenti nelle residue capacità di resistenza meccanica.
Tale comprensione, tutt’altro che immediata, sarebbe stata impossibile da sviluppare senza un’analisi diretta che distinguesse, per esempio, le vere e proprie lesioni murarie generatesi per cause diverse (dalle scosse sismiche alla presenza di elementi metallici ossidati) dalle discontinuità risalenti, invece, all’origine, derivanti, appunto, dall’accostamento di murature dissimili e non ammorsate (come ha dimostrato, nei piani verticali di giunzione, la presenza di residui strati d’intonaco antico, precedenti la fase settecentesca che li ha, in qualche modo, sigillati preservandoli fino ad oggi).
Tutto il procedimento ‘pre-progettuale’ ha mirato a sviluppare la diagnosi più precisa possibile sullo stato dei pilastri, ad aumentare il livello di ‘confidenza’ nei loro confronti e, di conseguenza, ridurre al ‘minimo’ indispensabile il successivo intervento, nel rispetto di uno dei principi fondamentali del moderno restauro.
Quindi, profonda comprensione storico-tecnica per poter rispondere al menzionato criterio del ‘minimo intervento’, che ha contenuto drasticamente demolizioni e alterazioni, ma anche all’altro criterio della ‘compatibilità’ fisicochimica, quindi anche meccanica, delle parti nuove, di restauro, rispetto a quelle antiche; da qui, interventi cosiddetti di ‘cuci e scuci’ attuati utilizzando mattoni murati con malte di calce, integrazione e aggiornamento dei tradizionali sistemi di rafforzamento metallico e cuciture in acciaio, resistenti alla ruggine la quale, in passato, oltre a troncare le catene e a distaccare i capichiave, aveva anche prodotto forti rigonfiamenti con conseguente espulsione di muratura.
Questo tipo di approccio, storico e tecnico al tempo stesso, ha contribuito certamente ad alleggerire l’invasività dell’opera di consolidamento e miglioramento strutturale dei pilastri, ma ha indotto anche una serie di scoperte interessanti delle quali nel volume si dà conto e sulle quali si dovranno esprimere, con la loro specifica competenza, gli storici dell’arte medievale. Quasi in ogni pilastro sono emersi, infatti, uno o più capitelli medievali, di ottima fattura e sovente molto ben conservati, anche con le loro antiche dorature e coloriture, rosse, blu, verdi, perché incorporati nei pilastri settecenteschi, in certi casi resecandoli o scalpellandoli parzialmente e in altri lasciandoli pressoché intatti.
Questa ulteriore diversità di situazioni fra i vari pilastri è stata ben indagata e registrata, ad uso dei futuri studi, da Valeria Virgili grazie ad un’accurata opera di rilevamento diretto, poi integrata con l’impiego del laser scanner, ed al riscontro, criticamente vagliato, degli esiti di tale moderno e preciso rilievo sui disegni di pianta e d’alzato sei e settecenteschi.
È risultato che gli interassi dei pilastri moderni e medievali non coincidono perfettamente per cui alcuni pilastri antichi, con i relativi abachi e i sottostanti capitelli, sono risultati più centrati rispetto ai nuovi pilastri e quindi sono stati risparmiati, mentre altri si sono trovati in posizione più marginale e sono stati tagliati per adattarli alle nuove geometrie.
La qualità artistica di questi capitelli, come accennato, è alta e così pure il loro interesse iconografico, rappresentando essi figure umane e zoomorfe di vario tipo in certi capitelli, dove altri seguono, invece, schemi più canonici, ispirati agli ordini classici corinzio e composito. La sfida che ora si pone, proprio al fine di lasciare il maggior numero possibile di capitelli direttamente visibili o almeno ispezionabili da parte degli studiosi ed, auspicabilmente, anche dei semplici visitatori, tuttavia senza lacerare la configurazione unitaria settecentesca interna della Cattedrale, è di trovare una soluzione ragionevole ed efficace; nel volume sono anticipate alcune idee che, tenendo conto degli aspetti visivi, quindi dell’immagine complessiva, da rispettare, dello spazio interno della chiesa, propongono di lasciare in vista zone importanti per i ritrovamenti effettuati ma non immediatamente evidenti e, per così dire, da ricercare con giusta curiosità. Per esempio, si suggerisce di lasciare significative porzioni di superfici medievali in vista non in corrispondenza di chi entri dalle porte della facciata, dal cui atrio la Cattedrale si deve presentare in tutta l’imponenza ‘barocca’ della sua navata principale, ma di chi guardi come entrando di traverso, oggi, dall’antica Porta dei Mesi.
Inoltre, tutto quanto i pilastri hanno rivelato può, più in generale, contribuire a far intuire meglio le complesse e tormentate fasi, non prive di crolli e d’interruzioni, del cantiere settecentesco ed anche quelle del lento cantiere medievale, prolungatosi per circa due secoli, dagli inizi del XII ai primi decenni del XIV. Ciò interrogando la sequenza dei capitelli e lo sviluppo dei loro motivi ornamentali o le stesse murature, intese quali documenti di ‘cultura materiale’, rilevando lo spessore dai mattoni, studiando il loro impasto, le loro finiture (graffiature ecc.), le malte utilizzate, ad esempio con l’impiego di gesso quelle moderne e di sola buona calce, invece, quelle medievali; o anche la natura strutturale dei pilastri medievali polilobati, senza ‘sacco’ interno ma sempre in mattoni, pur apparecchiati con minor cura, e quella, per molti aspetti più grossolana, dei pilastri settecenteschi.
Si tratta, insomma, di un’occasione di restauro rivelatasi anche opportunità di aumento di conoscenze storiche nel rispetto di quella funzione ‘rivelativa’ del restauro stesso raccomandata dalla Carta di Venezia del 1964, internazionalmente riconosciuta ma per la maggior parte di mano italiana. [Roma, ottobre 2022]
Prof. Giovanni Carbonara
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