TUTELARE L'ARCHITETTURA DEL XX secolo
Questioni, metodi ed esperienze emerse dal convegno veneziano del 28 e 29 maggio 2026
La tutela dell’architettura del XX secolo costituisce oggi uno dei campi più complessi e urgenti della cultura della conservazione. Sebbene il valore storico, tecnico e culturale di questo patrimonio sia ormai ampiamente riconosciuto, tale consapevolezza non si è ancora tradotta in criteri operativi condivisi, verificati e stabilmente applicabili. La prossimità cronologica delle opere continua infatti a ostacolarne la piena storicizzazione e ad alimentarne la percezione come manufatti ancora appartenenti al presente, quindi suscettibili di trasformazioni, adeguamenti e sostituzioni. Ne sono derivati interventi profondi e talvolta irreversibili, che hanno interessato anche architetture di indiscussa rilevanza autoriale, compromettendone l’autenticità materiale, la coerenza figurativa e la leggibilità complessiva.
A questa difficoltà di riconoscimento si sommano le specifiche vulnerabilità del costruito moderno: la fragilità di molti materiali innovativi, il carattere sperimentale delle tecniche, l’obsolescenza dei sistemi industrializzati, la scomparsa delle filiere produttive, l’irreperibilità dei componenti originari e la progressiva perdita delle competenze necessarie alla loro conservazione. Tali condizioni rendono particolarmente delicato il rapporto tra permanenza e trasformazione e impongono una revisione critica degli strumenti e delle modalità operative elaborati per patrimoni più antichi.
Da queste premesse ha preso avvio il convegno promosso dalla Soprintendenza per la Città Metropolitana di Venezia, in collaborazione con l’Ordine degli Architetti, PPC della Provincia di Venezia, svoltosi il 28 e 29 maggio 2026 nel Salone del Piovego di Palazzo Ducale. Studiosi, progettisti, restauratori, strutturisti e ricercatori si sono confrontati su interventi conclusi o in corso, selezionati attraverso una call nazionale e riferiti a opere differenti per funzione, scala, linguaggio e sistema costruttivo. La varietà dei casi ha consentito di ricondurre esperienze eterogenee a criticità ricorrenti e a questioni metodologiche comuni.
Il confronto si è concentrato sul rapporto tra uso e conservazione, sulla tutela dell’autenticità materiale, sulle modalità del ripristino e dell’integrazione e sulle implicazioni degli adeguamenti impiantistici, energetici e strutturali. Le esperienze presentate hanno mostrato come ogni intervento richieda un equilibrio criticamente fondato tra le esigenze contemporanee e la salvaguardia dei valori materiali, spaziali e figurativi dell’opera.
Dalle relazioni è emersa con particolare evidenza la centralità della conoscenza quale fondamento del progetto di conservazione. La ricostruzione delle vicende ideative e costruttive, l’analisi delle fonti, lo studio dei materiali e delle tecniche, il riconoscimento delle trasformazioni e la valutazione dello stato conservativo permettono infatti di comprendere la specificità di ciascuna architettura e di orientare le scelte nel rispetto della sua identità. La conoscenza non costituisce pertanto una fase preliminare distinta dal progetto, ma ne rappresenta la struttura critica, necessaria a definire natura, estensione e intensità dell’intervento.
A questa ormai acquisita consapevolezza metodologica non corrisponde, tuttavia, un’analoga sicurezza sul piano operativo. Se per il patrimonio premoderno una lunga tradizione disciplinare ha consolidato esperienze, tecniche e procedure, nel campo dell’architettura del XX secolo le conoscenze restano spesso incomplete, le verifiche sull’efficacia, sulla compatibilità e sulla durabilità degli interventi sono ancora insufficienti e molte soluzioni mantengono un carattere sperimentale. Proprio tale incertezza impone processi conoscitivi e progettuali più rigorosi, accompagnati dal monitoraggio degli esiti e dal confronto sistematico tra i cantieri, affinché le singole esperienze possano tradursi in un patrimonio disciplinare condiviso, progressivamente verificato e consolidato.
Particolare attenzione è stata dedicata ai materiali e agli elementi costruttivi nei quali si esprime la specificità della modernità architettonica. Il calcestruzzo armato, spesso considerato sotto il solo profilo strutturale, è stato riconosciuto anche nella sua valenza figurativa e testimoniale: tessiture superficiali, impronte delle casseforme, geometrie, spessori, cromie e modalità esecutive concorrono direttamente all’identità dell’opera. La sua conservazione non può quindi esaurirsi nel ripristino dell’efficienza meccanica, ma deve confrontarsi con la permanenza della materia storica, la qualità delle superfici e la compatibilità delle integrazioni.
Analoga rilevanza assumono i serramenti, frequentemente progettati come parti integranti dell’organismo architettonico. Profili, spessori, partiture, sistemi di apertura, tipologie di vetro e rapporto con la luce contribuiscono in modo determinante alla configurazione dei prospetti e alla qualità degli spazi interni. La loro sostituzione indiscriminata, anche quando motivata da esigenze energetiche o prestazionali, può alterare proporzioni, ritmi, trasparenze e relazioni percettive. Gli adeguamenti richiedono pertanto valutazioni puntuali, capaci di verificare preliminarmente le possibilità di conservazione, riparazione e miglioramento degli elementi esistenti.
Lo stesso principio riguarda rivestimenti, intonaci, elementi prefabbricati, pavimentazioni, finiture, arredi fissi e componenti impiantistiche integrate. Parti spesso considerate secondarie, obsolete o facilmente rinnovabili costituiscono in realtà testimonianze essenziali del rapporto tra concezione progettuale, cultura tecnica e processi produttivi. La loro tutela impone di superare una lettura dell’edificio limitata alla struttura o alla composizione dei volumi, riconoscendo il valore documentario e figurativo del sistema di componenti e relazioni che ne definisce il carattere.
Accanto alla definizione di metodi d’intervento più consapevoli, il convegno ha ribadito l’urgenza di ampliare, coordinare e aggiornare i censimenti dell’architettura del XX secolo. Essi costituiscono una base conoscitiva essenziale per individuare tempestivamente le opere di maggiore interesse, sviluppare confronti territoriali e ricostruire le relazioni tra edifici, autori, committenze, tecniche e processi produttivi. Il censimento non è dunque un semplice repertorio descrittivo, ma uno strumento critico di riconoscimento, prevenzione e programmazione della tutela.
La pubblicazione degli Atti, integrata da ulteriori contributi, prosegue il percorso avviato a Venezia, ricomponendone gli esiti entro un quadro unitario e comparativo. Il volume intende favorire la circolazione delle conoscenze, rendere confrontabili metodi, esperienze e risultati e concorrere alla progressiva definizione di un lessico operativo condiviso. La discussione aperta dei casi, comprese le criticità, le incertezze e le soluzioni meno risolutive, rappresenta infatti una condizione indispensabile per superare la frammentazione delle esperienze e trasformare le conoscenze maturate nei singoli cantieri in un patrimonio disciplinare comune. La pubblicazione è prevista entro la fine del 2026.
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Silvia Degan
Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Venezia