ISSN 2283-7558

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L'EDITORIALE

PENSIERI SULLE MATERIE

Un po’ per la loro attualità e un po’ per non dimenticare abbiamo pensato di riproporre brevi pensieri sui temi fondanti del restauro quali l’importanza della materia, il fattore tempo, l’autenticità, il restauro del paesaggio e il rapporto tra antico e nuovo, ecc..

THOUGHTS ON THE MATTER

In order to not forget some important thematics about restoration, we decided to propose again short thoughts about the importance of the matter, time, authenticity, restoration of the landscape, and the relationship between the old and the new, etc.




Un po’ per la loro attualità e un po’ per non dimenticare abbiamo pensato di riproporre brevi pensieri sui temi fondanti del restauro quali l’importanza della materia, il fattore tempo, l’autenticità, il restauro del paesaggio e il rapporto tra antico e nuovo, ecc..
Cambiano i tempi, i modi di vedere i temi culturali, teorici e anche quelli tecnico-operativi; cambiano anche le forme dell’espressione oggi estremamente più rarefatta e costituita prevalentemente da immagini piuttosto che da parole scritte. Così, abbiamo pensato a queste brevi sintesi perfettamente il linea con gli alti contributi di Riccardo Dalla Negra, che nelle sue argute e colte pillole colpisce ogni volta nel centro perfetto del tema.

 

L’importante sembrerebbe non vedere! Così la prassi incolta continua a scavare all’interno dei muri degli antichi edifici tracce e canalette per alloggiare “la foresta di tubi che finiscono in rubinetti, docce, sifoni, troppo pieno” (I. Calvino, cit.). Sono questi i retaggi di un visibilismo che è stato devastante nel restauro sia perché apprezzava l’architettura principalmente per i suoi valori “artistici” e “figurativi” condensati dall’immagine ignorandone la materia, sia perché non ha mai rivolto attenzione per le parti nascoste della fabbrica, per la sua cultura materiale. E’ numerosa la schiera degli architetti e operatori che ancora si attarda su queste posizioni e che privilegia solo il visibile demolendo con candida innocenza strutture e materiali che hanno secoli.

  

Il livello di esecuzione di un intervento non è dato solo dalla certificazione di qualità delle aziende e dai materiali impiegati, dai restauratori in camice bianco o dalla presenza di un direttore lavori titolato, magari un vecchio barone universitario. Il livello dipende anche dai saperi antichi che alcune maestranze ancora possiedono e che con straordinaria passione e altrettanta umiltà mettono sempre a disposizione della manutenzione e dell’integrazione degli edifici storici. E’ un sapere che passa attraverso le capacità realizzative delle mani degli artigiani che riescono con perizia a manipolare le materie tradizionali e quelle segnate dal tempo, intervenendo solo lì dove serve, sapendo identificare e distinguere procedimenti e tecniche che alla maggior parte dei progettisti e delle imprese sono ormai sconosciuti.

  

Perdere l’anello mancante che ci collega alla tradizione costruttiva preindustriale sarebbe un suicidio culturale ed è assolutamente necessario dare continuità alle tecniche storiche per garantire la manutenzione e quindi l’utilizzo; il loro impiego va però guidato nell’ambito di un “progetto culturale” che ne chiarisca, tramite un metodo rigoroso, i limiti e i modi per il loro uso. Il pericolo è quello di sconfinare nel “restauro analogico”, nella riproduzione all’”identique”, nel “com’era dov’era”, nella “ricostruzione filologica” o ancor peggio quello di confondere i problemi della costruzione di un edificio nuovo, realizzato con tecnologie storiche, con i problemi della conservazione che sono tutt’altra cosa. Nella conservazione molte volte il saper fare non è il poter fare.

   

Il rapporto fisico e diretto che si acquisisce con i materiali della fabbrica antica, anche tramite l’esperienza tattile, apre orizzonti nella conoscenza della cultura materiale che sono straordinari e impensabili. I materiali parlano del lavoro che li ha prodotti, gli spessori raccontano storie di vite e di processi, le superfici mostrano autenticità e manutenzioni, i degradi spiegano il tempo e, insieme alla materia, caratterizzano l’originalità, i segni e gli intagli degli attrezzi rimandano a tempi lontanissimi…è un continuo affiorare di significati, di azioni, di storie di fatiche e di uomini. Tutto ciò non vale per i materiali moderni e per le architetture recenti.

  

C’è una generale difficoltà tra i tecnici nell’affrontare il progetto delle superfici storiche intonacate; non c’è la dimestichezza a leggere gli strati, a riconoscere il degrado e quindi a progettare le tecniche adatte. Inoltre, in molti non sono chiare le differenze concettuali tra conservazione, restauro, ripristino, rifacimento estetico, reinvenzione cromatica. Dilagano cosi degli strumenti sbrigativi, quali i manuali, i prontuari o i piani del colore, che forniscono ricette semplificate per intervenire, permettendo a tutti di progettare il restauro. Si dimentica però che le superfici storiche non sono una “scenografia urbana”, una quinta di sfondo ad un film, rinnovabile a piacimento ma sono fatte di materie, di spessori di documenti di cultura materiale che è documentazione  segnati dai tempi nel corso dei secoli.