ISSN 2283-7558

articolo

L'EDITORIALE

E' questione di culture

Questo articolo è dedicato a chi crede che la conservazione dell’architettura storica e del paesaggio richiedano professionalità con profonda cultura e marcata specializzazione. In caso contrario non si conoscono gli oggetti sui quali s’interviene, non si discernono le storie, le materie, le forme, gli invecchiamenti e i silenzi che, tutti assieme, danno vita a quell’archivio che è il mondo che ci circonda. Senza questa sensibilità è subito prevaricazione del bene architettonico, è distruzione. Così la memoria storica viene annientata e il sapere perde la propria forza.


IT'S A MATTER OF CULTURES

This article is intended for those people who believe that the conservation of our cultural heritage needs to be undertaken by professional figures in tbe field with a strong cultural background. If this doesn’t happen they will not be aware of the stories, the different styles and the nature of the material we are working with. The lack of sensitivity towards this world will ruin this category. In this way the historical memory and the knowledge lose their strength.




  

Non voglio rovinare questo straordinario numero monografico sulla conservazione dei serramenti proponendo un caso diciamo assai discutibile - già presentato qualche anno fa ai nostri lettori* - ma non si può dimenticare che accanto agli esempi virtuosi esiste una realtà arrogante e poco rispettosa per l’antico che si auto definisce avanguardia rispetto al mondo del restauro che viene giudicato invece retroguardia .

Qualche anno fa mi chiedevo se fosse corretto rimuovere tutte le finestre in legno con preziose vetrate a piombo da un importante palazzo vincolato e sostituirle con nuove in alluminio anodizzato. E se invece di alluminio fosse stato PVC o ottone, sarebbe diventato legittimo?

Se ciò fosse possibile, e purtroppo lo è, analogamente ai serramenti si potrebbero rinnovare anche gli intonaci di calce e sabbia e rifarli con tinte a base di resine blu o verdi, si potrebbero rivestire le ville storiche o i castelli con cappotti isolanti fatti di polistirolo e graffiato plastico, oppure rinnovare il manto di tegole tradizionali con ondulato colorato, con lamiere d’acciaio o tegole in cemento.

Facevo queste considerazioni osservando un restauro nel cuore monumentale di Venezia operato nel Fondaco dei Tedeschi a firma dell’architetto ‘stella’ Rem Koolhaas dove, tra le altre modifiche, era stata realizzata la sostituzione generalizzata delle finestre tradizionali in legno, dotate di bellissime vetrate legate a piombo, lungo tutti i lati del palazzo, compreso quello sul Canal Grande, con nuove in ottone lucido e vetro fortemente specchiante.

Ora, purtroppo, quell’intervento volgare e irrispettoso ha fatto scuola ed è stato copiato a Cà da Mosto, uno dei più antichi palazzi veneziani, oggetto di una recente ristrutturazione.
  
Come abbiamo visto in questi numeri monografici per le finestre storiche è difficile ma non impossibile arrivare ad un efficientamento tecnologico; e nei progetti di qualità si valuta in prima istanza l’opportunità di un loro restauro, in alternativa, in caso di inevitabile sostituzione per degrado avanzato o carenze costruttive, si studiano soluzioni a misura, compatibili e preferibilmente non prevaricanti. Si possono realizzare sia nuove finestre analoghe in legno, di spessore minimo con vetri adatti, sia nuove finestre diverse a scelta del progettista, proponendo anche il metallo, che naturalmente dipende dai gusti personali. In genere si evitano le ante uniche, che alterano il prospetto facendo prevalere il vuoto sul pieno e non si arretrano i serramenti ma s’impostano dov’erano i precedenti per evitare la formazione di terrazzini nelle grandi finestre o nelle polifore.

Anche gli scuri che coronano tutti gli edifici pre-industriali e completano, arredano e ‘vestono’ la facciata, costituiscono un elemento architettonico indispensabile per l’equilibrio dell’immagine del prospetto: eliminarli altera la percezione dell’immagine del complesso architettonico, ed è come avere un volto senza sopracciglia.

   
Il caso delle nuove finestre in ottone pone anche questioni di carattere diverso.
La prima è quella di capire i limiti e i modi del rinnovo progettuale dell’antico, che è questione antica come il restauro. La legittimità della modifica creativa è una questione di dimensioni? ossia di metri quadri o di metri cubi? Piccole dimensioni si può e grandi no? E in questo caso, dove sta la linea di confine?

E’ una questione estetica? Ossia, questo materiale è bello e questo invece è brutto? Questo materiale è nobile (ottone) e questo è plebeo (alluminio)? E in questo caso, chi lo decide? Perché l’alluminio anodizzato no e l’ottone si?

E’ una questione di “griffe”? Ossia, se l’intervento è firmato dall’architetto ‘stella’ o da chi si considera stellina allora è possibile, mentre se è progettato da un architetto locale allora no?

Oppure niente di tutto ciò? Infatti, seguendo criteri di questo tipo si esce dalla cultura del restauro (e in questi casi si è usciti) e si entra in quelli della progettazione del nuovo, per la quale non c’è più nessun limite a un progetto di architettura, alla libera creazione anche sull’esistente storico-monumentale, e qualsiasi modifica è legittima.

 

Non è banale osservare che per operare nel settore della nuova costruzione bisogna passare attraverso la cultura della progettazione del nuovo mentre per operare nel costruito storico-monumentale bisogna passare attraverso la cultura e il metodo del restauro architettonico. Diversamente si ignora la cultura del settore (che è molta) e si è quindi ignoranti; e questo principio è valido per il nuovo e per il restauro.

Il restauro, si sa, presuppone la lettura del contesto architettonico al quale si riferisce e delle particolarità tecniche e costruttive. Questa è una conoscenza particolare che avviene gradualmente e per fasi, prima sotto il profilo metrico e geometrico, poi attraverso quello storico, poi con quello materico-costruttivo, infine approfondendo gli aspetti del degrado e del dissesto. Solo dopo questo defatigante processo conoscitivo si acquisiscono quelle culture che si trasformano in cautele nell’approccio progettuale e che caratterizzano l’operare colto e rispettoso.

Ne consegue che, per produrre qualità da una parte si deve avere cultura dell’architettura del nuovo, fantasia, capacità creativa e padronanza delle tecniche contemporanee, altrimenti si creano opere banali e di nessun livello. Dall’altra parte bisogna conoscere, e la conoscenza riguarda la cultura specifica del restauro, le particolarità della fabbrica storica, delle tecniche preindustriali e degli interventi definiti compatibili. Solo così si rispetta l’autenticità dei contesti storici; e l’autenticità è semplicemente tutto!

Gli ‘architetti stella’, e anche i loro più modesti emulatori, questo processo di conoscenza dell’edificio storico proprio non lo digeriscono, e digeriscono ancor meno limitare la propria creatività per subordinarla al rispetto del monumento storico e della sua autenticità.

A questo proposito la banale, solita, datata, vuota giustificazione che porta chi in questa cultura si riconosce (che poteva essere corretta tra la fine del ‘700 e gli inizi dell’ ‘800) è che gli edifici si sono sempre trasformati e che la loro è una ulteriore trasformazione, dimenticando che tre secoli fa nasce il concetto il restauro e con esso il rispetto delle preesistenze.

Questo numero è dedicato a chi crede che la conservazione dell’architettura storica e del paesaggio richiedano professionalità con profonda cultura e marcata specializzazione. In caso contrario non si conoscono gli oggetti sui quali s’interviene, non si discernono le storie, le materie, le forme, gli invecchiamenti e i silenzi che, tutti assieme, danno vita a quell’archivio che è il mondo che ci circonda. Senza questa sensibilità è subito prevaricazione del bene architettonico, è distruzione. Così la memoria storica viene annientata e il sapere perde la propria forza.
  
Cesare Feiffer
  
* recuperoeconservazione131