L'EDITORIALE
PENSIERI SULLE MATERIE
Un po’ per la loro attualità e un po’ per non dimenticare abbiamo pensato di riproporre brevi pensieri sui temi fondanti del restauro quali l’importanza della materia, il fattore tempo, l’autenticità, il restauro del paesaggio e il rapporto tra antico e nuovo, ecc..
Un po’ per la loro attualità e un po’ per non dimenticare abbiamo pensato di riproporre brevi pensieri sui temi fondanti del restauro quali l’importanza della materia, il fattore tempo, l’autenticità, il restauro del paesaggio e il rapporto tra antico e nuovo, ecc..
Cambiano i tempi, i modi di vedere i temi culturali, teorici e anche quelli tecnico-operativi; cambiano anche le forme dell’espressione oggi estremamente più rarefatta e costituita prevalentemente da immagini piuttosto che da parole scritte. Così, abbiamo pensato a queste brevi sintesi perfettamente il linea con gli alti contributi di Riccardo Dalla Negra, che nelle sue argute e colte pillole colpisce ogni volta nel centro perfetto del tema.
L’importante sembrerebbe non vedere! Così la prassi incolta continua a scavare all’interno dei muri degli antichi edifici tracce e canalette per alloggiare “la foresta di tubi che finiscono in rubinetti, docce, sifoni, troppo pieno” (I. Calvino, cit.). Sono questi i retaggi di un visibilismo che è stato devastante nel restauro sia perché apprezzava l’architettura principalmente per i suoi valori “artistici” e “figurativi” condensati dall’immagine ignorandone la materia, sia perché non ha mai rivolto attenzione per le parti nascoste della fabbrica, per la sua cultura materiale. E’ numerosa la schiera degli architetti e operatori che ancora si attarda su queste posizioni e che privilegia solo il visibile demolendo con candida innocenza strutture e materiali che hanno secoli.
Il livello di esecuzione di un intervento non è dato solo dalla certificazione di qualità delle aziende e dai materiali impiegati, dai restauratori in camice bianco o dalla presenza di un direttore lavori titolato, magari un vecchio barone universitario. Il livello dipende anche dai saperi antichi che alcune maestranze ancora possiedono e che con straordinaria passione e altrettanta umiltà mettono sempre a disposizione della manutenzione e dell’integrazione degli edifici storici. E’ un sapere che passa attraverso le capacità realizzative delle mani degli artigiani che riescono con perizia a manipolare le materie tradizionali e quelle segnate dal tempo, intervenendo solo lì dove serve, sapendo identificare e distinguere procedimenti e tecniche che alla maggior parte dei progettisti e delle imprese sono ormai sconosciuti.
Perdere l’anello mancante che ci collega alla tradizione costruttiva preindustriale sarebbe un suicidio culturale ed è assolutamente necessario dare continuità alle tecniche storiche per garantire la manutenzione e quindi l’utilizzo; il loro impiego va però guidato nell’ambito di un “progetto culturale” che ne chiarisca, tramite un metodo rigoroso, i limiti e i modi per il loro uso. Il pericolo è quello di sconfinare nel “restauro analogico”, nella riproduzione all’”identique”, nel “com’era dov’era”, nella “ricostruzione filologica” o ancor peggio quello di confondere i problemi della costruzione di un edificio nuovo, realizzato con tecnologie storiche, con i problemi della conservazione che sono tutt’altra cosa. Nella conservazione molte volte il saper fare non è il poter fare.
Il rapporto fisico e diretto che si acquisisce con i materiali della fabbrica antica, anche tramite l’esperienza tattile, apre orizzonti nella conoscenza della cultura materiale che sono straordinari e impensabili. I materiali parlano del lavoro che li ha prodotti, gli spessori raccontano storie di vite e di processi, le superfici mostrano autenticità e manutenzioni, i degradi spiegano il tempo e, insieme alla materia, caratterizzano l’originalità, i segni e gli intagli degli attrezzi rimandano a tempi lontanissimi…è un continuo affiorare di significati, di azioni, di storie di fatiche e di uomini. Tutto ciò non vale per i materiali moderni e per le architetture recenti.
C’è una generale difficoltà tra i tecnici nell’affrontare il progetto delle superfici storiche intonacate; non c’è la dimestichezza a leggere gli strati, a riconoscere il degrado e quindi a progettare le tecniche adatte. Inoltre, in molti non sono chiare le differenze concettuali tra conservazione, restauro, ripristino, rifacimento estetico, reinvenzione cromatica. Dilagano cosi degli strumenti sbrigativi, quali i manuali, i prontuari o i piani del colore, che forniscono ricette semplificate per intervenire, permettendo a tutti di progettare il restauro. Si dimentica però che le superfici storiche non sono una “scenografia urbana”, una quinta di sfondo ad un film, rinnovabile a piacimento ma sono fatte di materie, di spessori di documenti di cultura materiale che è documentazione segnati dai tempi nel corso dei secoli.