L'EDITORIALE
E' questione di culture
Questo articolo è dedicato a chi crede che la conservazione dell’architettura storica e del paesaggio richiedano professionalità con profonda cultura e marcata specializzazione. In caso contrario non si conoscono gli oggetti sui quali s’interviene, non si discernono le storie, le materie, le forme, gli invecchiamenti e i silenzi che, tutti assieme, danno vita a quell’archivio che è il mondo che ci circonda. Senza questa sensibilità è subito prevaricazione del bene architettonico, è distruzione. Così la memoria storica viene annientata e il sapere perde la propria forza.
Non voglio rovinare questo straordinario numero monografico sulla conservazione dei serramenti proponendo un caso diciamo assai discutibile - già presentato qualche anno fa ai nostri lettori* - ma non si può dimenticare che accanto agli esempi virtuosi esiste una realtà arrogante e poco rispettosa per l’antico che si auto definisce avanguardia rispetto al mondo del restauro che viene giudicato invece retroguardia .
Qualche anno fa mi chiedevo se fosse corretto rimuovere tutte le finestre in legno con preziose vetrate a piombo da un importante palazzo vincolato e sostituirle con nuove in alluminio anodizzato. E se invece di alluminio fosse stato PVC o ottone, sarebbe diventato legittimo?
Se ciò fosse possibile, e purtroppo lo è, analogamente ai serramenti si potrebbero rinnovare anche gli intonaci di calce e sabbia e rifarli con tinte a base di resine blu o verdi, si potrebbero rivestire le ville storiche o i castelli con cappotti isolanti fatti di polistirolo e graffiato plastico, oppure rinnovare il manto di tegole tradizionali con ondulato colorato, con lamiere d’acciaio o tegole in cemento.
Facevo queste considerazioni osservando un restauro nel cuore monumentale di Venezia operato nel Fondaco dei Tedeschi a firma dell’architetto ‘stella’ Rem Koolhaas dove, tra le altre modifiche, era stata realizzata la sostituzione generalizzata delle finestre tradizionali in legno, dotate di bellissime vetrate legate a piombo, lungo tutti i lati del palazzo, compreso quello sul Canal Grande, con nuove in ottone lucido e vetro fortemente specchiante.
Ora, purtroppo, quell’intervento volgare e irrispettoso ha fatto scuola ed è stato copiato a Cà da Mosto, uno dei più antichi palazzi veneziani, oggetto di una recente ristrutturazione.
Come abbiamo visto in questi numeri monografici per le finestre storiche è difficile ma non impossibile arrivare ad un efficientamento tecnologico; e nei progetti di qualità si valuta in prima istanza l’opportunità di un loro restauro, in alternativa, in caso di inevitabile sostituzione per degrado avanzato o carenze costruttive, si studiano soluzioni a misura, compatibili e preferibilmente non prevaricanti. Si possono realizzare sia nuove finestre analoghe in legno, di spessore minimo con vetri adatti, sia nuove finestre diverse a scelta del progettista, proponendo anche il metallo, che naturalmente dipende dai gusti personali. In genere si evitano le ante uniche, che alterano il prospetto facendo prevalere il vuoto sul pieno e non si arretrano i serramenti ma s’impostano dov’erano i precedenti per evitare la formazione di terrazzini nelle grandi finestre o nelle polifore.
Anche gli scuri che coronano tutti gli edifici pre-industriali e completano, arredano e ‘vestono’ la facciata, costituiscono un elemento architettonico indispensabile per l’equilibrio dell’immagine del prospetto: eliminarli altera la percezione dell’immagine del complesso architettonico, ed è come avere un volto senza sopracciglia.
Il caso delle nuove finestre in ottone pone anche questioni di carattere diverso.
La prima è quella di capire i limiti e i modi del rinnovo progettuale dell’antico, che è questione antica come il restauro. La legittimità della modifica creativa è una questione di dimensioni? ossia di metri quadri o di metri cubi? Piccole dimensioni si può e grandi no? E in questo caso, dove sta la linea di confine?
E’ una questione estetica? Ossia, questo materiale è bello e questo invece è brutto? Questo materiale è nobile (ottone) e questo è plebeo (alluminio)? E in questo caso, chi lo decide? Perché l’alluminio anodizzato no e l’ottone si?
E’ una questione di “griffe”? Ossia, se l’intervento è firmato dall’architetto ‘stella’ o da chi si considera stellina allora è possibile, mentre se è progettato da un architetto locale allora no?
Oppure niente di tutto ciò? Infatti, seguendo criteri di questo tipo si esce dalla cultura del restauro (e in questi casi si è usciti) e si entra in quelli della progettazione del nuovo, per la quale non c’è più nessun limite a un progetto di architettura, alla libera creazione anche sull’esistente storico-monumentale, e qualsiasi modifica è legittima.
Non è banale osservare che per operare nel settore della nuova costruzione bisogna passare attraverso la cultura della progettazione del nuovo mentre per operare nel costruito storico-monumentale bisogna passare attraverso la cultura e il metodo del restauro architettonico. Diversamente si ignora la cultura del settore (che è molta) e si è quindi ignoranti; e questo principio è valido per il nuovo e per il restauro.
Il restauro, si sa, presuppone la lettura del contesto architettonico al quale si riferisce e delle particolarità tecniche e costruttive. Questa è una conoscenza particolare che avviene gradualmente e per fasi, prima sotto il profilo metrico e geometrico, poi attraverso quello storico, poi con quello materico-costruttivo, infine approfondendo gli aspetti del degrado e del dissesto. Solo dopo questo defatigante processo conoscitivo si acquisiscono quelle culture che si trasformano in cautele nell’approccio progettuale e che caratterizzano l’operare colto e rispettoso.
Ne consegue che, per produrre qualità da una parte si deve avere cultura dell’architettura del nuovo, fantasia, capacità creativa e padronanza delle tecniche contemporanee, altrimenti si creano opere banali e di nessun livello. Dall’altra parte bisogna conoscere, e la conoscenza riguarda la cultura specifica del restauro, le particolarità della fabbrica storica, delle tecniche preindustriali e degli interventi definiti compatibili. Solo così si rispetta l’autenticità dei contesti storici; e l’autenticità è semplicemente tutto!
Gli ‘architetti stella’, e anche i loro più modesti emulatori, questo processo di conoscenza dell’edificio storico proprio non lo digeriscono, e digeriscono ancor meno limitare la propria creatività per subordinarla al rispetto del monumento storico e della sua autenticità.
A questo proposito la banale, solita, datata, vuota giustificazione che porta chi in questa cultura si riconosce (che poteva essere corretta tra la fine del ‘700 e gli inizi dell’ ‘800) è che gli edifici si sono sempre trasformati e che la loro è una ulteriore trasformazione, dimenticando che tre secoli fa nasce il concetto il restauro e con esso il rispetto delle preesistenze.
Questo numero è dedicato a chi crede che la conservazione dell’architettura storica e del paesaggio richiedano professionalità con profonda cultura e marcata specializzazione. In caso contrario non si conoscono gli oggetti sui quali s’interviene, non si discernono le storie, le materie, le forme, gli invecchiamenti e i silenzi che, tutti assieme, danno vita a quell’archivio che è il mondo che ci circonda. Senza questa sensibilità è subito prevaricazione del bene architettonico, è distruzione. Così la memoria storica viene annientata e il sapere perde la propria forza.
Cesare Feiffer
* recuperoeconservazione131