L'EDITORIALE
QUEL MAGGIO DEL 1453, DEL 1797 E DEL … 2025
L’edizione 2025 della Fiera del Restauro di Ferrara segna il trentesimo anniversario della manifestazione, un evento che ha storicamente rappresentato un punto d’incontro tra teoria e pratica nel campo della conservazione e valorizzazione del patrimonio architettonico. Tuttavia, l’attuale contesto digitale e la conseguente riduzione del confronto diretto hanno reso evidente un calo d’interesse da parte di operatori e professionisti del settore. L’editoriale riflette sulla crisi di partecipazione, attribuita alla diffusione del web, all’autoreferenzialità di alcuni attori e alla mancanza di connessioni con mondi contigui al restauro - come economia, turismo, sostenibilità e manutenzione ordinaria. Per rinnovare la manifestazione e restituirle centralità, si propone un ampliamento degli orizzonti tematici e l’inclusione di soggetti nuovi, promuovendo una contaminazione di saperi e una più ampia rete di scambi interdisciplinari.
Come ogni anno, anche quest'anno si è tenuto presso il Quartiere Fieristico di Ferrara la fiera RESTAURO, importante appuntamento nazionale (oggi Salone internazionale) dedicato alla conservazione, alle tecnologie e alla valorizzazione dei beni architettonici. L’edizione del 2025 è stata particolarmente significativa, segnando la 30ª edizione di questo evento, un traguardo che testimonia la continuità, la capacità organizzativa e la resilienza di una manifestazione che, nel corso di tre decenni, è diventata punto di riferimento per il settore.
La prima edizione risale al 1991, in un momento storico in cui i mondi dell’economia, della produzione edilizia, della cultura del restauro e della ricerca applicata apparivano ancora distanti tra loro, quasi incapaci di comunicare. RESTAURO ha svolto fin da allora un ruolo fondamentale nel creare connessioni tra questi ambiti, generando uno spazio di dialogo e scambio che ha portato a ricadute positive sia sul piano teorico sia su quello operativo.
Durante i primi anni, caratterizzati da una tecnologia ancora poco diffusa, i contatti diretti erano essenziali. Le competenze risiedevano prevalentemente nei professionisti, negli artigiani, nelle aziende e nei produttori; scarsa era la letteratura tecnica, allora ancora poco sviluppata nel settore del restauro. Partecipare alla fiera significava poter accedere, in un unico luogo e in modo immediato, a conoscenze, soluzioni e tecnologie, attraverso l’incontro diretto con chi, ogni giorno, affrontava sul campo le sfide del restauro. C’era anche la connessione, per la prima volta, di realtà diverse dal restauro architettonico che provenivano dalla chimica applicata, dalla diagnostica dei materiali, da quella strutturale e geotecnica, dal rilievo sperimentale, dall’industria di produzione edilizia (colle, malta, laterizi), ai quali era da aggiungere l’editoria del settore. Erano mondi diversi che lì s’incontravano per sperimentare, inventare, produrre o applicare nuove tecnologie, nuovi materiali e nuove modalità di redigere progetti.
Oggi, il panorama è radicalmente cambiato. La diffusione capillare del web e delle risorse digitali ha trasformato profondamente le modalità di accesso al sapere. La documentazione tecnica, le pubblicazioni scientifiche, le best practices sono disponibili online, consultabili in qualsiasi momento da qualsiasi dispositivo. Questo ha comportato una progressiva riduzione dell’interesse per il contatto diretto, almeno da parte di un buon numero di tecnici operativi, che percepiscono sempre meno la necessità di recarsi fisicamente in fiera. Questa trasformazione, per certi versi inevitabile, ha portato con sé anche un lato problematico: la perdita della dimensione umana dell’incontro.
Visitando l’edizione di quest’anno, partecipando ai numerosi convegni, workshop e momenti di confronto, ho potuto constatare con un certo dispiacere, ma non è una novità, la crescente disaffezione da parte di progettisti e imprese a questo mondo.
Se da un lato era presente il settore della riflessione teorica, ben rappresentato da alti studiosi, quali funzionari del MiC, docenti universitari e ricercatori, che hanno trovato, come sempre, in quella sede un luogo privilegiato di scambio intellettuale, dall’altro lato era assente il mondo dell’operatività. Mi riferisco ai professionisti, pubblici e privati, ingegneri, architetti e geometri, alle imprese di restauro ed edilizie o ai loro quadri tecnici, financo agli espositori, una volta fulcro pulsante della fiera, oggi quasi del tutto assenti, con stand poco frequentati e interlocutori scarsi. Il pubblico, salvo pochi professionisti più o meno coinvolti nei convegni e nei meeting, era costituito da alcune scolaresche degli istituti superiori, da alcuni gruppetti di tecnici perlopiù stranieri invitati dal Ministero per il Commercio Estero e pochi altri.
A questo proposito è da rilevare che vent’anni fa, gli spazi espositivi erano animati da artigiani, imprese, tecnici, professionisti di diversa formazione desiderosi di confrontarsi, aggiornarsi, stringere nuove collaborazioni, scoprire e conoscere nuove soluzioni del mercato specialistico. Oggi questa vivacità sembra essersi attenuata; manca, come detto, la presenza delle imprese di costruzione, degli operatori artigiani, dei progettisti, di coloro che sono i veri protagonisti dell'intervento sul campo.
Le cause di questa mancanza d’interesse, e quindi di pubblico, sono molteplici. Sicuramente una di esse, come sopra notato, è la diffusione delle tecnologie informatiche che forniscono informazioni sufficienti ad operare ma nel contempo isolano le persone nel mare dell’web. Un’altra può essere l’autoreferenzialità di chi è ancora convinto, come decenni fa, di essere il centro e che, per il solo fatto di essere lì, i visitatori debbano venire numerosi a conoscerli.
Con realtà in rapido mutamento qual è quella attuale, queste fiere sono destinate inevitabilmente a perdere d’interesse; forse, una soluzione potrebbe essere nell’opportunità di conoscere mondi altri, realtà diverse rispetto a quelle tecniche contenute nei pochi stand presenti.
Quali possono essere i mondi altri ma vicini al restauro? Sono quei settori che potrebbero produrre connessioni, opportunità, interessi reciproci. Ce ne sono molti basta mettersi a pensare.
Il primo è quello dell’economia, che va dalle opportunità offerte dalle grandi fondazioni a quelle del micro credito, dai grandi investitori immobiliari agli operatori minuti; non intendendo con questi ultimi solo l’aspetto della speculazione economica, ma anche tutti quei settori dove l’intervento di valorizzazione trova il giusto rientro economico e, contemporaneamente, garantisce la conservazione del patrimonio culturale. Questo mondo richiede di pubblicizzare casi, soluzioni e realtà nelle quali il riuso è stato la chiave per intervenire, laddove le idee, la fantasia e le soluzioni originali e innovative vanno a braccetto.
Un altro settore può essere quello del turismo che, si sa, è estremamente diversificato, ma contiene mille connessioni con il mondo del restauro architettonico e del paesaggio. Uno può essere il settore della comunicazione attraverso la divulgazione di casi esemplari di riuso che hanno portato con sè nuove opportunità di sviluppo e quindi di finanziamento; si pensi all’accoglienza, alla filiera dell’eno-gastro oppure a quella del bike, del pedo e alle loro connessioni con la valorizzazione compatibile del paesaggio, dei borghi e dell’edilizia minore diffusa.
Anche il tema della sostenibilità nel costruito storico sarebbe di grande attrattiva. Mi riferisco alla sostenibilità reale e compatibile, non a quella dei cappotti sintetici e dei rivestimenti plastici, che sono tutt’altro che sostenibili. Questi sono un disastro per l’edilizia e si dovrebbe cominciare a rendersene conto! Presentare casi, soluzioni, materiali e tecnologie alternativi a questa falsa e fuorviante idea di sostenibilità attrarrebbe moltissimi operatori, professionisti e produttori.
Ancora tanto utile quanto trascurato è il mondo della manutenzione degli edifici non emergenti e monumentali e di chi professionalmente si occupa della loro gestione, quali gli amministratori di grandi patrimoni immobiliari e di piccoli patrimoni, gli amministratori di condomini nelle molteplici scale di azione professionale.
Altre realtà ci sono, basterebbe come detto allargare e collegare; tra questi mondi affini al restauro si potrebbe pensare di coinvolgere anche quello delle associazioni di categorie (castelli, dimore, archeologie industriali, ecc.) e per la tutela del patrimonio, nazionali e internazionali, fino a quello della formazione, oggi costituita da esperienze scollegate che vagano solitarie quasi a casaccio nel vasto universo del restauro. La fiera potrebbe essere il luogo d’incontro di formatori e formanti a tutti i livelli, dal muratore (assolutamente digiuno di nozioni base relative ai materiali storici) ai professionisti, costretti dagli ordini professionali a seguire corsi di lettura di slide proiettate che non hanno né capo né coda.
La sensazione che mi sono portato via lo scorso maggio uscendo da questa fiera, che ha raccolto (parafrasando un vecchio saggio di De Fusco uscito su Op.Cit. nel settembre 1980) “ricche idee e poveri apparati”, mi ha ricordato quel maggio del 1453 oppure quel maggio del 1797 quando l’immobilismo, l’indecisione, la convinzione che tutto debba continuare com’è sempre stato, ma soprattutto la paura di cambiare, hanno portato Bisanzio e Venezia alla fine. Guardare invece la realtà con lucidità, senza indulgere in nostalgie di un passato glorioso e cedere alla rassegnazione, sarebbe un primo passo per tornare a immaginare un futuro dove l’incontro diretto e lo scambio tra visioni differenti, potrebbe diventare la possibilità di contaminazione tra saperi diversi, che sono ciò che ha reso grande RESTAURO nelle sue edizioni migliori. Ma bisogna radicalmente rinnovarsi.
Cesare Feiffer