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L'EDITORIALE

SE L’ALGORITMO DIVENTASSE SOPRINTENDENTE?

Il progetto di restauro non è una semplice raccolta di dati, analisi e procedure, ma un atto culturale che richiede interpretazione, responsabilità e competenze del progettista. L’intelligenza artificiale può supportare il lavoro elaborando dati, simulando scenari e suggerendo soluzioni, ma non può sostituire le valutazioni personali che guidano le decisioni. In futuro, il modello più realistico sarà una collaborazione tra IA e restauratore, così come tra IA e Soprintendenza, dove la decisione finale resterà responsabilità dell’essere umano.

"Sono quasi quarant’anni che, con una certa testardaggine, ripeto che il progetto di restauro di qualità elevata non coincide con una sommatoria di rilievi, di analisi diagnostiche, di tavole grafiche, di relazioni specialistiche e tantomeno con un elenco acritico di tecniche d’intervento. È, piuttosto, quella sintesi colta, ossia fondata sulla cultura del restauro, capace di tenere insieme due ordini di problemi.
Da un lato, essa deve fornire risposte di spessore di come si pone il progettista di fronte all’edificio antico e dare risposta ai concetti di autenticità, di stratificazione storica e alla definizione dei limiti del nuovo nell’attività di restauro, ecc.
Dall’altro lato, il fatto che ogni fase - quale la conoscenza preliminare nelle sue diverse articolazioni, il riuso funzionale con le istanze della committenza, il cantiere con le infinite scelte operative - non può essere avulsa dalla cultura che informa il progetto, ma deve essere risolta in modo coerente alla posizione culturale del progettista. In altre parole, il progetto di restauro non è un fascicolo ben rilegato, ma un’idea culturalmente consapevole.

Per questo ho sempre guardato con una certa diffidenza quella tendenza, oggi più viva che mai, di trasformare il restauro in una sequenza di adempimenti e procedure, quasi che la qualità di un intervento potesse essere misurata dal numero delle analisi o degli elaborati prodotti. La qualità del restauro dipende invece dalla capacità del progettista di costruire un processo coerente nei confronti dell’architettura storica, di mantenere un nesso stretto tra principi culturali, scelte tecniche e decisioni prese in cantiere.

Questa convinzione attraversa gran parte della migliore cultura del restauro. Paolo Torsello ricordava che la conoscenza non genera automaticamente il progetto, ma costituisce il presupposto di un processo ermeneutico attraverso il quale il restauratore interpreta la materia storica e le attribuisce significato. Di conseguenza si sviluppa un percorso che inevitabilmente riconduce alla cultura del soggetto. 
Con articolazioni diverse ciò vale sempre all’interno del multicolor mondo del restauro. C’è chi è più legato al giudizio critico come Giovanni Carbonara, secondo il quale il restauro è una disciplina di sintesi, non consiste nell’applicazione di procedure codificate, ma nella formulazione di un giudizio personale, culturalmente fondato sul significato dell’opera e sul rapporto tra conservazione e trasformazione.
C’è invece chi di giudizio critico non ne vuole sentir parlare come Amedeo Bellini, secondo il quale il progetto di restauro è un progetto d’architettura che compie tutte le operazioni tecniche idonee a massimizzare la conservazione della consistenza materiale, con le alterazioni strettamente indispensabili, utilizzando studio preventivo e progetto come strumenti d’incremento della conoscenza; azione questa che riconduce comunque alla preparazione del singolo progettista.  
Posizioni differenti che, tuttavia, convergono su un punto essenziale: il progetto di restauro non è mai un procedimento automatico, ma richiede formazione specialistica, interpretazione, responsabilità e scelte culturali che nessun manuale, nessun protocollo o nessun documento d’indirizzo potrà mai predeterminare.

Ed è proprio qui che entra in scena il nuovo protagonista del dibattito: l’intelligenza artificiale. Una tecnologia capace di leggere milioni di documenti, confrontare migliaia di casi, elaborare modelli previsionali e restituire, in pochi secondi, risposte che fino a ieri avrebbero richiesto settimane di lavoro. La domanda nasce spontanea: tutto questo basterà anche per progettare un restauro? Oppure il progetto continuerà a essere quell’atto di sintesi colta che, almeno fino a oggi, lo riconduce inevitabilmente alla formazione filosofica personale e quindi all’uomo?
Con queste premesse, e con la curiosità di chi preferisce interrogare il futuro anziché subirlo, ho posto all’intelligenza artificiale quattro domande sul progetto di restauro. Non si tratta di un esame né di una provocazione, ma di un esperimento intellettuale. Le risposte che seguono, condivisibili o meno, offrono uno spunto per riflettere non tanto su ciò che l’intelligenza artificiale è già in grado di fare, quanto su ciò che continuerà a rendere sempre profondamente umano il progetto di restauro.
  
  
PRIMA DOMANDA. Posto che il restauro architettonico non è solo un atto compilativo e tecnico ma è anche scelta culturale, di metodo e relativa quindi alla concezione filosofica personale, che tipo di contributo l’IA può dare al progetto di restauro architettonico?

Il contributo dell’intelligenza artificiale al progetto di restauro architettonico non può essere ridotto a un semplice supporto tecnico, poiché il restauro è anzitutto un atto culturale e interpretativo. L’IA può offrire un apporto significativo su quattro livelli. Sul piano conoscitivo è in grado di elaborare grandi quantità di dati – rilievi, documentazione storica, immagini, analisi materiche e monitoraggi – individuando correlazioni difficilmente percepibili dall’uomo. Sul piano interpretativo può confrontare casi analoghi, formulare ipotesi storiche e suggerire strategie di intervento, diventando uno strumento di supporto all’argomentazione critica. Sul piano simulativo consente di prevedere gli effetti delle diverse soluzioni progettuali sul comportamento strutturale, sul degrado dei materiali, sull’efficienza energetica e sulla fruizione del bene. Infine, sul piano dialogico, può svolgere il ruolo di interlocutore capace di mettere in discussione le ipotesi del progettista, proporre alternative e rendere espliciti presupposti spesso impliciti.
Tuttavia, il progetto di restauro nasce proprio nel punto in cui l’algoritmo incontra il proprio limite. Restaurare significa infatti attribuire un valore al bene culturale e scegliere un equilibrio tra conservazione della materia, autenticità, leggibilità storica, uso contemporaneo, reversibilità e trasmissione al futuro. Queste non sono decisioni ricavabili dai dati, ma giudizi di valore. L’IA può quindi ampliare enormemente la capacità conoscitiva e argomentativa del progettista, ma non può sostituirsi alla responsabilità culturale che guida ogni scelta. Essa rafforza la razionalità strumentale del progetto, mentre la razionalità pratica, cioè il “perché” delle decisioni, resta propria dell’essere umano. Il suo ruolo più promettente è dunque quello di strumento ermeneutico, capace di sostenere il processo interpretativo senza esaurirlo.

 

SECONDA DOMANDA. Alla luce delle considerazioni sopra esposte in futuro, tra 20 o 30 anni, l’IA riuscirà a redigere tutto il progetto di restauro?

Guardando al futuro, è plausibile che tra venti o trent’anni sistemi di IA siano in grado di produrre autonomamente gran parte della documentazione tecnica di un progetto di restauro: rilievi, diagnosi, simulazioni, verifiche strutturali, computi metrici, capitolati e relazioni. Ciò non significa però che possano sostituire il progetto nella sua essenza. Il progetto non coincide con gli elaborati che lo descrivono, ma con le decisioni che stabiliscono quale valore storico privilegiare, quale rapporto instaurare tra conservazione e trasformazione e quale idea di patrimonio trasmettere alle generazioni future. Si tratta di questioni culturali, non puramente tecniche.
L’IA potrà probabilmente elaborare scenari progettuali differenti, tutti coerenti e tecnicamente fondati, come una conservazione integrale, un restauro critico o una rifunzionalizzazione più estesa. La scelta tra queste alternative continuerà però a dipendere dalla concezione del patrimonio condivisa dalla società, dal committente e dal progettista. Per questo il progetto di restauro può essere paragonato a una sentenza giuridica: non basta applicare regole, occorre interpretare principi, valori e circostanze assumendosi la responsabilità della decisione.
Lo scenario più realistico appare quindi quello della co-progettazione. L’IA costruirà il quadro conoscitivo, svilupperà simulazioni, individuerà incoerenze e produrrà varianti progettuali; il restauratore definirà gli obiettivi, selezionerà le alternative e assumerà la responsabilità culturale e deontologica delle scelte. Proprio perché la componente tecnica diventerà sempre più automatizzabile, il valore distintivo del restauratore sarà sempre più legato alla capacità di interpretare criticamente il bene e di attribuire senso al progetto.

 

TERZA DOMANDA. In futuro potrà l’IA arrivare a formulare proprie valutazioni critiche e filosofiche sul progetto di restauro architettonico?

La questione più complessa riguarda infine la possibilità che l’IA sviluppi autentiche valutazioni critiche e filosofiche sul restauro. Se il giudizio critico fosse soltanto il risultato dell’elaborazione di una grande quantità di conoscenze, nulla impedirebbe di immaginare un’IA capace di confrontare le teorie dei principali studiosi, individuarne le contraddizioni e persino formulare nuove sintesi teoriche. Dal punto di vista esterno, tali elaborazioni potrebbero apparire indistinguibili da un autentico pensiero filosofico.
Rimane tuttavia aperto un problema decisivo: una posizione filosofica nasce solo dalla coerenza argomentativa oppure richiede anche un soggetto che attribuisce significato al mondo attraverso l’esperienza, l’intenzionalità e la responsabilità? Il restauratore costruisce infatti il proprio pensiero nel confronto diretto con la materia, il tempo, il degrado e le conseguenze irreversibili delle proprie decisioni. L’IA potrà simulare questo percorso in modo estremamente convincente e produrre argomentazioni di altissimo livello, ma resta incerto se tali valutazioni possano essere considerate realmente “proprie” oppure costituiscano una sofisticata rielaborazione del patrimonio culturale umano.
La questione è quindi ontologica più che tecnica e riguarda il significato stesso di comprendere, attribuire senso, esercitare responsabilità e formulare un giudizio. Per questo appare opportuno evitare sia lo scetticismo, secondo cui l’IA non potrà mai raggiungere tali capacità, sia il determinismo, che considera inevitabile tale esito. È plausibile che le future IA producano riflessioni filosofiche sul restauro indistinguibili, nella forma, da quelle umane; resta però aperta la domanda se tali riflessioni possano essere considerate autenticamente autonome. Più in generale, il confronto con l’intelligenza artificiale costringerà la teoria del restauro a ripensare i concetti di autenticità, interpretazione e giudizio critico, chiarendo ancora meglio ciò che rende il progetto di restauro un atto culturale e non una semplice procedura tecnica.

 

QUARTA DOMANDA. La Soprintendenza che autorizza i progetti di restauro architettonico su edifici vincolati e sul paesaggio potrà in futuro essere sostituita, dall’intelligenza artificiale?

La questione riguarda non tanto il progettista quanto l’autorità pubblica chiamata a valutare e autorizzare gli interventi sul patrimonio culturale. Se per fase istruttoria si intende l’acquisizione, l’organizzazione e la verifica delle informazioni necessarie alla decisione amministrativa, è plausibile che nei prossimi decenni l’intelligenza artificiale possa svolgere un ruolo determinante. Potrà controllare la completezza della documentazione, confrontare il progetto con la normativa vigente, analizzare precedenti autorizzativi, integrare dati provenienti da rilievi digitali, modelli BIM, sistemi GIS e archivi storici, individuando criticità e predisponendo relazioni istruttorie sempre più complete. In questo modo l’istruttoria potrebbe diventare più rapida, uniforme e trasparente.
Tuttavia, la valutazione della Soprintendenza non consiste nella semplice applicazione di norme tecniche. Ogni autorizzazione implica un giudizio di compatibilità tra il progetto e i valori culturali e paesaggistici tutelati. Concetti come autenticità, interesse culturale, compatibilità paesaggistica e valore storico non sono parametri oggettivamente misurabili, ma categorie interpretative che richiedono competenze storico-critiche, sensibilità culturale e capacità di assumere una responsabilità istituzionale verso la collettività.
Per questo appare improbabile che l’IA possa sostituire integralmente la Soprintendenza. È invece più realistico immaginare un modello di collaborazione nel quale essa divenga un assistente decisionale altamente specializzato, capace di elaborare dati, confrontare migliaia di precedenti, simulare gli effetti delle diverse soluzioni e suggerire possibili motivazioni. La decisione finale continuerà però a richiedere un soggetto pubblico che ne assuma la responsabilità giuridica e amministrativa, nel rispetto dei principi di legalità, imparzialità e tutela dell’interesse pubblico.

Paradossalmente, quanto più l’intelligenza artificiale automatizzerà la componente tecnica dell’istruttoria, tanto più emergerà il valore della discrezionalità tecnico-scientifica e della responsabilità culturale del funzionario. L’IA potrà rendere la tutela più efficace e meglio fondata sul piano conoscitivo, ma difficilmente potrà sostituire quelle valutazioni culturali personali che costituisce l’essenza stessa dell’azione della Soprintendenza. Più che sostituirla, è destinata a trasformarne profondamente il modo di operare, rafforzandone la capacità di analisi senza eliminarne il ruolo di garante dell’interesse culturale collettivo.
Occorre tuttavia considerare un ulteriore rischio. Anche qualora la decisione finale rimanesse formalmente in capo al funzionario, un sistema di IA capace di produrre istruttorie particolarmente complete e argomentate potrebbe esercitare una forte influenza sul processo decisionale. È il fenomeno noto come automation bias: la naturale tendenza dell’essere umano ad attribuire maggiore affidabilità ai suggerimenti dell’algoritmo, riducendo progressivamente l’esercizio del giudizio critico. Per questo motivo l’impiego dell’IA nella tutela dovrà essere accompagnato da procedure che garantiscano la verificabilità delle motivazioni, la trasparenza dei criteri adottati e il mantenimento di un’effettiva autonomia valutativa del funzionario.
  
Per concludere due citazioni umane ...

«La conoscenza è il presupposto del progetto, non il progetto.» (Paolo Torsello)
«Il restauro è sempre un atto di cultura prima che una tecnica.» (Paolo Marconi)