ISSN 2283-7558

articolo

Il terremoto nel Centro Italia: ricostruzione e identità dei luoghi

Accanto al restauro dei più rinomati monumenti si pone il problema di come trattare il patrimonio architettonico diffuso e cosiddetto ‘minore’, quello dei piccoli abitati montani, dei borghi e delle frazioni in essi presenti. Problema di mantenimento non per sofisticate ragioni ‘culturali’ ma per reale apprezzamento della loro tradizionale qualità urbana, spontaneamente capace di favorire le relazioni di vicinato, gli scambi sociali, l’economia dei luoghi.

Si può, inoltre, ben affermare che la ricostruzione sia un tema primariamente paesaggistico, con tutto ciò che ne consegue in termini di scelte riguardo alle modalità di pronto intervento e di ‘primo reinsediamento’. Servirà anche una progettazione ‘per il restauro’ colta e consapevole, non gestuale né piattamente professionistica, ma densa d’impegno e di ricerca, flessibile e, soprattutto, non separata artificiosamente dai temi del consolidamento e della sicurezza sismica.

Central Italy earthquake: rebuilding and identity of places

Besides the restoration of the best known monuments the problem arises of how to deal with the minor architectural heritage, such as the heritage of the smaller mountains, small towns and villages.

The preservation of these monuments is important not only for sophisticated cultural reasons but for a real appreciation of traditional urban qualities which help facilitate relations with neighbours, social exchanges and the local economy.

Furthermore we can confirm that the rebuilding is essentially a topic connected to the surrounding landscape. Therefore the options for the intervention and settlement have to be chosen correctly.

So then it is necessary to create a cultured and responsible restoration project that is committed, flexible and well researched. Finally and above all else the project should not be artificially separated from the topics of stabilisation and seismic activity.




Accanto al restauro dei più importanti monumenti si pone il problema di come trattare il patrimonio architettonico diffuso e cosiddetto ‘minore’, quello dei piccoli centri abitati, dei borghi, delle frazioni e degli ‘aggregati’ edilizi in essi presenti.

Problema di mantenimento, non per sofisticate ragioni ‘culturali’ ma per genuina affezione ai vecchi siti danneggiati, delle memorie, dell’identità dei luoghi e della loro tradizionale qualità urbana (spontaneamente capace di favorire le relazioni di vicinato, gli scambi sociali ecc.) anche nel delicato rapporto, proprio delle zone in questione, col paesaggio circostante, frutto d’una sapiente, secolare interazione fra uomo e natura (figura 1). Si può in effetti affermare che la ricostruzione sia un tema primariamente paesaggistico, con tutto ciò che ne consegue in termini di scelte riguardo alle modalità di pronto intervento e di ‘primo reinsediamento’, ma anche di smaltimento o più auspicabile recupero e riuso delle macerie. Poi di accorte scelte urbanistiche (morfologia urbana, altezze e volumi, skyline ecc.) contro i rischi dell’intrusione e d’una quanto mai nociva perturbazione visivo-percettiva; inoltre di scelte propriamente architettoniche (tipologie edilizie, linguaggi, strutture, materiali ecc.) che dovranno mirare a contenere il pericolo della sottrazione e alterazione di elementi strutturanti il paesaggio e costituenti fattori primari d’identità collettiva. (figura 2)

Diverse, pur se tutte riconducibili ad una stessa metodologia scientifica, eminentemente di restauro, saranno le molteplici scale di approccio ed i problemi conseguenti nel caso di aggregati, edifici di abitazione isolati, edifici specialistici, edifici per il lavoro (capannoni, stalle ecc.); differenti, inoltre, le condizioni conservative, da cui le numerose possibili casistiche d’intervento (restauro, reintegrazione, riparazione, ricostruzione, delocalizzazione).

Se a ciò si aggiungono le questioni di accessibilità, sostenibilità energetica e quelle che derivano dalle verifiche idrogeologiche, geotecniche, di sicurezza strutturale, quindi le riflessioni sul senso del ‘miglioramento’ sismico come pratica misurata e diffusa, o sul valore da attribuire alle ‘riparazioni locali’ e alle opere di buona manutenzione [5]; infine gli aspetti sociologici, economici, politici e culturali, quelli relativi alle prospettive future in termini di ripresa e sviluppo economico, di competitività, d’occasioni di lavoro e, in sostanza, di concrete opportunità di vita per chi tornerà ad abitare quei luoghi (già in fase di spopolamento prima della recente sequenza sismica) si può intuire come il tema sia straordinariamente complesso e non riguardi solo l’ambito dell’architettura (complicato ulteriormente dall’estesa presenza di edilizia abusiva) e delle testimonianze artistiche a rischio ma assuma una rilevanza davvero ‘politica’ nel senso più nobile del termine, inteso come ricerca del ‘bene comune’.

Ecco quindi l’importanza di un continuo dialogo con le popolazioni interessate: com’è stato giustamente detto, di uno specifico “patto di cittadinanza” e dell’assunzione da parte pubblica, MiBACT in primo luogo, d’un nuovo ruolo, da esercitare in modo propositivo e non impositivo, recuperando sul campo la giusta autorevolezza e non soltanto esercitando la propria autorità.

Si tratta d’un insieme di questioni che richiede un approccio multidisciplinare e, già nel solo ambito edilizio, la virtuosa convergenza e non la contrapposizione di ricerca storico-critica, architettura, urbanistica e ingegneria [1].

  
Considerando poi il settore più specifico della progettazione, della selezione delle imprese di restauro e ricostruzione, della buona conduzione dei cantieri, si nota come il problema richieda di essere controllato fino in fondo. Probabilmente si dovrà pensare ad un’attività di sostegno e orientamento (come già si fece negli scorsi anni ’40 e ’50 per i grandi piani INA-Casa) dell’attività progettuale, che dovrà avere necessariamente un carattere ‘specialistico’, studiato in ragione della peculiarità dei casi, mai ripetitivo né di mera ‘routine’ professionale [9]. Se ogni elaborazione seguirà la via d’una rigorosa analisi storica, dell’approfondita valutazione dei danni e della rispondenza ai principi-guida del restauro architettonico e urbano, non dovrà più accadere, com’è avvenuto all’Aquila, che uno studio professionale d’ingegneria possa accaparrarsi molte centinaia di progetti, eseguiti non si sa come né con quali forme d’inaccettabile ‘sub-appalto’ o di sfruttamento del lavoro altrui.

Delle imprese andranno verificate le reali capacità, il loro preferibile radicamento sul territorio ed un’auspicabile dimensione artigianale, garanzia di qualità (figura 3). Imprese medio-piccole, insomma, anche tradizionali e a struttura familiare, vagliate in termini, appunto, qualitativi e non, come perlopiù avviene, solo finanziari e quantitativi. Pur senza trascurare la dovuta attenzione alle nuove tecnologie, risolutivo sarà l’esercizio delle proverbiali buone pratiche costruttive, d’un murare secondo le ‘regole dell’arte’ e con quegli accorgimenti antisismici, semplici ma efficaci, eredi d’una lunga tradizione di convivenza coi terremoti. Si pensi, in proposito, all’Abruzzo [6].

Da qui anche la riflessione sul ruolo, da stabilire caso per caso, che potrebbero avere le macerie nella ricostruzione e il superamento, su basi scientifiche ineccepibili, della falsa contrapposizione ‘conservazione-sicurezza’. In questo senso, anche per stimare l’effettiva qualità del ‘miglioramento’ sismico, molto interessante sarebbe un lavoro sistematico di documentazione e ricerca, nelle diverse aree, sul comportamento degli edifici variamente consolidati in seguito ai terremoti dei decenni scorsi, valutando tecniche, costi e risultati anche per non dovere ricominciare sempre da capo  (si veda, in proposito, l’interessante contributo di Alessandro Grazzini nel numero 146/2018 di questa rivista).

Il dialogo e la partecipazione civile, indispensabili per il successo dell’opera di ricostruzione, potranno più facilmente svilupparsi attorno ad una progettazione in grado di valorizzare tutti i possibili resti architettonici, veri e propri documenti che ancora conservano una carica affettiva e la memoria di ciò che è scomparso. Per quanto possibile bisognerà evitare la sostituzione o il radicale rinnovamento degli edifici e, ancor più, lo spostamento dei centri abitati: esistono già sufficienti esperienze negative in tal senso.

La questione di fondo sta nel rapporto architettonico e urbano che si vuole stabilire fra preesistenza, pur mutilata e frammentaria, e nuovi interventi. Questi possono essere graduati fra vero e proprio restauro, più o meno reintegrativo, e forme di ricostruzione di vario tipo, oscillanti fra il presunto ‘com’era e dov’era’ e modalità di reinterpretazione più attuali. Circa il restauro poco c’è da dire poiché teoria e prassi sono ampiamente consolidate; il tema più difficile è quello della ricostruzione che, ragionevolmente, andrebbe vista come intelligente, sensibile e storicamente consapevole ‘reinterpretazione’ [2].

In questo senso, sul piano urbanistico  gli studi di riferimento ancora oggi più significativi sono quelli  tipo-morfologici di scuola muratoriana, fino a Gianfranco Caniggia ed a Giuseppe Strappa, capaci, più di altri, di cogliere la legge di crescita e trasformazione (non patologica ma sanamente ‘organica’) dei vecchi centri abitati, sì da mantenerne, anche in presenza di  numerosi nuovi inserti architettonici puntuali, la qualità e l’identità (rapporti pieni-vuoti, valori plastico-murari, spazi di relazione,  valori di vicinato, profilo urbano e inserimento nel paesaggio ecc.).

  
Per quanto riguarda il linguaggio architettonico in sé, meriterebbe una specifica riflessione quel versante del moderno che sa vedere la ‘storia come amica’
, secondo la lezione di Louis Kahn. Versante che Sandro Benedetti chiama “l’altra modernità”. In questo senso nomi come Kohlhoff, Linazasoro, Canali, Podrecca, Hopkins, Prunet, Froidevaux ma anche Vegas e Mileto, Tortelli e Frassoni, Fidone ecc. potrebbero rivelarsi interessanti. (figura 4)

L’esperienza italiana della ricostruzione post-bellica [7], nella parte seguita dallo Stato più che in quella dovuta ai Comuni, presenta alcuni esempi interessanti di tentativo dialogico, su cui si potrebbe ragionare. Si contano poi molti notevoli casi europei, in Francia, Polonia, Inghilterra e soprattutto nella Germania dell’immediato dopoguerra, fino agli anni ’50, quando alle ristrettezze economiche essa ha risposto con una straordinaria e ben misurata sapienza architettonica, poi perdutasi negli anni dell’opulenza e del conseguente ritorno ai vecchi modi ‘stilistici’ [14].

Le esperienze di delocalizzazione e di ricostruzione ideologicamente ‘modernista’, come nel caso di Gibellina nel Belìce (coacervo di singoli ‘monumenti’ ma non città), si sono rivelate, anche alla lunga, fallimentari (figura 5). Si è giocato, infatti, volutamente nei termini di una ‘creatività’ priva di senso storico-critico [4].

Per l’Italia si potrebbe anche riconsiderare, partendo dal terremoto di Messina (1908) che cosa si è fatto (ad esempio, il lungomare riprogettato da Giuseppe Samonà ecc.), escludendo Avezzano (1915), che è un caso veramente negativo [12], e ragionare sull’esperienza del Friuli (1976) [13] (figura 6), dell’Irpinia (1980, con qualche buona intenzione ma modestissimi risultati),  dell’Umbria 1997 (con qualche buon restauro e qualche brutta delocalizzazione seguita da nuovi anonimi insediamenti), dell’Aquila e del suo ‘cratere’ (2009, positiva per quanto riguarda l’impegno dello Stato e, per esso,  del MiBACT e delle sue Soprintendenze) (figura 7) ed infine all’Emilia (2012).

Sarebbe utile anche un confronto sul piano internazionale (come già in passato, fra America Latina, Portogallo e Italia meridionale, nei secoli XVII e XVIII), studiando i diversi terremoti della California, del Giappone, del Perù, del Cile ed analizzando le modalità di ricostruzione. In particolare gli studi di dottorato in corso, presso “La Sapienza”, di María Esther Vallejo Gavonel sembrano attestare che, nel Settecento, fra Perù, Portogallo, Spagna e Italia Meridionale si sia istituita una feconda circolarità di scambi, proprio a causa dei concomitanti e ripetuti eventi sismici, la quale ha portato ad avanzamenti scientifici e tecnici, poi parzialmente dimenticati nel corso del secolo successivo [15] [16].

Insomma, una strada sicura e affidabile per affrontare situazioni di danno che toccano delicati centri antichi è ancora tutta da tracciare e sembra che ogni volta si debba ricominciare da zero, per incapacità di accumulare ed elaborare le esperienze, selezionando e mantenendo, caso per caso, le soluzioni migliori [8].

Pensando a centri già prima del terremoto in fase di spopolamento c’è poi da domandarsi quale sia il modo migliore di conservarli, il che comporta la necessità di mantenere davvero e in maniera duratura insediata sul luogo la popolazione. Si pone quindi una questione di ‘struttura economica’ che, a prima vista, potrebbe sembrare collidere con le ragioni del mantenimento dei valori di memoria. Ma probabilmente, nel caso dell’Italia Centrale, le due modalità potrebbero reciprocamente sostenersi.

Alcune situazioni, si pensi a città come Amatrice (ma non Norcia) oggi quasi completamente distrutta non dal sisma ma dagli interventi post-sismici attuati dalla mano pubblica (figura 8), richiedono di chiamare in causa preliminarmente considerazioni socio-economiche, per stabilire se sia ancora il caso di agire con attenzione ‘storica’ o invece con un atteggiamento ormai inevitabilmente ‘rifondativo’.

Quelli sopra menzionati rappresentano punti di vista, sensibilità ed esigenze non sempre spontaneamente concordanti ma che possono trovare un’efficace e risolutiva convergenza tramite il ricorso, tanto indispensabile quanto poco seguito, ad una ‘progettazione di qualità’ che sappia (com’è suo compito, in generale, nell’ambito architettonico ed ancor più in quello di restauro) contemperare e ricondurre ad unità, anche funzionale ed estetica, le diverse esigenze (o, come diceva Cesare Brandi, ‘istanze’) [3] che si confrontano in ogni esperienza concreta di restauro.

  
Restando nel campo dell’architettura generalmente intesa si riconoscono subito due livelli di riflessione e di azione:

  • quello del singolo edificio o ‘monumento’;
  • quello della ‘città’ nel suo insieme (che è una realtà collegata ma diversa dalla precedente, per le naturali implicazioni di natura sociale e di vita che più profondamente entrano in gioco accanto a quelle di cultura e di memoria).

Quest’ultima è la dimensione che avvicina le città e gli abitati minori colpiti dalla sequenza sismica del 2016-17 a quelli della conca aquilana, dell’Aquila stessa e, molto singolarmente, a casi di conservazione e restauro assai complessi, come quelli di Ercolano e soprattutto Pompei: città prima che ruderi archeologici.

Ciò nel senso che una strategia d’intervento puntuale e priva del giusto respiro urbano e paesaggistico potrebbe rivelarsi insufficiente ed, alla fine dei conti, perdente. Non si tratta, infatti, d’una mera ‘sommatoria’ di edifici, non di un ‘totale’ (come avrebbe detto sempre Brandi) ma di un insieme organico e unitario, un ‘intero’ nel quale una soluzione (modernista, come si è fatto negli scorsi anni ottanta a Pompei, con i fondi FIO, o tradizionalista, di pedissequo e pur sempre largamente ipotetico ripristino, come pure si è tentato) può forse andare bene in un caso o due, quale significativa e fantasiosa eccezione, ma non per dieci o venti domus romane di seguito - come la città richiede - dove l’esito modernizzante potrà risultare invasivo ed estraniante (figura 9) mentre quello tradizionalista tale da creare un effetto ‘disneyland’ falsificante e inautentico. Il problema ha, infatti, una forte connotazione paesaggistica, pur se di solo paesaggio urbano (anche se in effetti non è così se si pensi alla piana del fiume Sarno col profilo del Vesuvio sullo sfondo oppure ai monti innevati della conca aquilana o dell’Alto Lazio).

Se poi ci si sposta da una città ‘morta’, come Pompei, ad una ‘viva’, come L’Aquila, la dimensione urbana (economica, sociale, di mobilità ecc.) emerge ancora più prepotentemente.

A L’Aquila, invece, si è visto prendere forma, pur se in modo per gran parte ancora cartaceo, una serie, ormai consistente, d’interventi puntuali, pur molto interessanti in sé, su edifici pubblici, strategici ed ecclesiastici ma non si riconosce una prospettiva urbana, una strategia di rioccupazione della città nel suo insieme; responsabilità, in questo caso, non dello Stato ma propriamente regionale e comunale. In essa sono state accuratamente individuate diverse zone, in ragione dei differenti gradi di danneggiamento, si ragiona sulle mura urbiche, si lavora molto sulla periferia ma non si vede applicata un’idea di come aggredire, secondo ben studiati assi di penetrazione ed aree privilegiate d’intervento, il ‘buco nero’ del centro storico, questa grande ferita aperta che attende ancora d’essere  rimarginata: assi ed aree nei quali il restauro proceda di pari passo con la studiata reimmissione di vita, di funzioni (commerciali, di servizio, scolastiche, ricettive, oltre che abitative ecc.) le quali  hanno un’importanza in fondo superiore a quella stessa del ‘restauro delle sole pietre’. Si tratta di concetti già espressi da tempo, elaborati in termini di ‘conservazione integrata’, nel corso dell’Anno europeo del patrimonio architettonico (1975) poi ben formulati e sintetizzati nella Dichiarazione di Amsterdam, risalente allo stesso anno.

Nel capoluogo abruzzese, inoltre, ha prevalso una logica di frettolosa efficienza, quella che ha prodotto le cosiddette new towns ma che, nel contempo, non ha calcolato le conseguenze della propria azione, a medio e lungo termine, da un lato, mentre si è adottata una logica spiccia e fortemente ‘ingegneristica’ o, se si vuole, solo ‘tecnica’ dall’altro.

Da qui il risultato di un centro storico che è ancora un cratere vuoto, il ‘buco nero’ di cui prima si diceva, circondato da un anello di traffico impazzito al suo intorno, con esiti di ‘periferizzazione’ dell’intera città; di conseguente perdita dei rapporti sociali e di vicinato; d’evidente disgregazione sul territorio (a danno e consumo di quest’ultimo) di quel ‘sinecismo’ che aveva costituito, nel XIII secolo, proprio la ragione fondativa della città stessa. Ciò si deve ad un approccio pseudo-efficientista e, come si usa dire, ‘riduzionistico’, per cui il complesso problema dell’intervento su una città storica, oltre tutto di gran pregio, è stato visto come una semplice questione di ‘ricostruzione’ e di ‘consolidamento strutturale’ e non, come invece effettivamente è, di ‘restauro architettonico’ inteso nel suo senso più ampio, con tutto quanto ne consegue in termini di metodologia di progetto (consapevolezza storica, analisi filologica, accurato rilevamento, apertura a tutto campo, dal singolo episodio edilizio all’urbanistica ed al paesaggio ecc.).

  
Nel campo strutturale (e proprio fondando sulla preventiva conoscenza storica del manufatto, non letteraria né semplicemente narrativa ma aderente all’opera ed alla sua materia e, per così dire, autoptica) l’intervento dovrebbe esprimersi in termini di ‘miglioramento’, secondo le indicazioni delle apposite Linee guida ministeriali [11], e non di meccanico ‘adeguamento’; tutto ciò mirando a rispettare lo schema statico antico ed a riconfigurare l’equilibrio geometrico, di masse e costruttivo della ‘struttura’ muraria per varie ragioni alterata. Ma soprattutto dovrà essere guidato da un intendimento storico-critico, per quanto riguarda i ricorrenti e fondamentali problemi di ‘reintegrazione delle lacune’ e, quando necessario, di ‘rimozione delle aggiunte’. Il tutto secondo un metodo ‘critico-conservativo’ che metta a fondamento del progetto la volontà di conservare ma senza cadere in una visione schematica pan-conservativa o in una pseudo-storicista di ripristino: conservare in base ad un serio giudizio, come s’è detto, storico-critico, vale a dire aperto all’ascolto del monumento e di quanto esso suggerisce oltre che scevro d’ogni dogmatismo o preconcetto ideologico.

Solo così ne discenderà una progettazione colta e consapevole, non gestuale né piattamente professionistica, ma densa d’impegno e di ricerca, flessibile e intelligentemente creativa, condotta ‘caso per caso’ seguendo in prima persona tutto l’iter conoscitivo, diagnostico e ‘terapeutico’, cioè di vaglio e proposta delle soluzioni più adeguate.

Separare il consolidamento dal restauro, quindi, sarebbe un grave errore, come anche isolare le questioni impiantistiche, di accessibilità, di sicurezza antincendio, distributive, funzionali. Tutto dovrà ricondursi ad un sapiente e meditato progetto, luogo, s’è detto, del confronto dialettico e della sintesi delle diverse istanze.

Questa può sembrare una proposta ardua e troppo esigente, come se si volessero, con essa, complicare ulteriormente le cose.  Ma così in effetti non è, tanto meno in Italia, Paese che vanta eccezionali competenze e validissime realizzazioni in materia, oltre ad un’amministrazione di tutela capace di guidare e condividere scelte consapevoli. È certamente una sfida, ma si tratta di ruotare volutamente l’asse dell’attenzione da un agire spesso alla cieca (a tutto vantaggio delle professionalità e delle imprese meno scrupolose) ad un progettare, forse umile, ma molto pensato e approfondito per fare meglio facendo meno.

Quanto s’investirà in più nella conoscenza e nella progettazione non costituirà un onere aggiuntivo ma si tradurrà anche in un risparmio economico. L’esempio principe in questo ambito è costituito dalla messa in sicurezza della Torre di Pisa, nella quale ad un’ampia messe di studi preliminari è corrisposto un intervento assolutamente contenuto, per nulla invasivo e pienamente efficace.

Da una buona coscienza teoretica posta a fondamento di una conseguente e coerente buona progettazione verrebbero, inoltre, ridimensionati alcuni pseudo-problemi che tuttora aleggiano: il contrasto (inesistente) fra tecniche tradizionali e moderne (tutte valide se usate in modo appropriato) [10], fra linguaggio contemporaneo e linguaggi storici dell’architettura e via dicendo.

Fra l’inserimento ipermodernista gestuale, autoreferenziale e volutamente contrapposto alla preesistenza, sia essa un singolo edificio, un sito o un contesto urbano, e la quieta acquiescenza, fino all’imitazione pedissequa delle forme del passato, esiste una terza via, che è quella propria dell’architettura di restauro. Una via di ascolto del genius loci e di conseguente, ‘moderna’ reinterpretazione: proprio come un intelligente e poetico atto di reintegrazione ‘filologica’ di un prezioso testo antico o di una mutila partitura musicale (figura 10).

Giovanni Carbonara

  

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