ISSN 2283-7558

articolo

L'EDITORIALE

Orgoglio italiano

I social media hanno fatto rimbalzare da un monitor all’altro a milioni di persone panorami di coste, montagne, vallate, scorci di facciate di edifici storici, borghi medievali, cascine, ecc. per non parlare di capolavori della pittura, della scultura, della musica e del vivere italiano. Ancora grazie ad una successione di immagini bellissime abbiamo lasciato correre lo sguardo sulle storie che da migliaia di anni si sono sovrapposte sulla nostra Penisola.
Questo prendere coscienza di essere una nazione depositaria di un patrimonio così straordinario ha fatto sorgere un inedito sentimento di orgoglio, si orgoglio è proprio il termine giusto, anche da parte di chi ne è sempre stato estraneo.

Italian pride

Thanks to Social Media millions of people have shared traditional Italian lifestyle and culture online. In these days we have seen many images portraying beautiful landscapes, mountains, medieval villages, old buildings and farmsteads; also Classical Italian art, sculpture and musical masterpieces.
Once again, through these images, we have experienced stories of what our Land has been through.
The awareness to be part of a nation with such a big cultural heritage, woke up a feeling of pride, also among people who have never had one.




In questo clima irreale, dove la realtà pare essere sospesa, qualsiasi riflessione sui problemi che ora ci travolgono, e in futuro chissà cosa ci riserveranno, corre il rischio di essere scontata, ripetitiva, banale e ovvia, perché in queste settimane è stato detto tutto e il contrario di tutto da parte di tutti.

A parte quelle sullo specifico della pandemia, intesa sotto il profilo medico sanitario, si sono versati fiumi di pensieri e parole su questa crisi epocale, sul mercato, sui sussidi, sul lavoro agile e su quello che non c’è più, su come fare a galleggiare oggi e su come affrontare il futuro che chissà quando verrà. Ciò ha riguardato naturalmente anche la lunga filiera del patrimonio architettonico nei suoi vari risvolti che coinvolge il lavoro dei tecnici pubblici e di quelli privati, degli artigiani, dei consulenti legali e amministrativi, degli operatori, delle industrie dei prodotti fino a quello di coloro che sono più legati alla fruizione e all’utilizzo del patrimonio culturale, e quindi s’interfacciano con il turismo in modo frontale o indiretto.
   
Questo dramma è stato ben fotografato da Bruno Gabbiani, Presidente di ALA Assoarchitetti, quando osserva che “su un campione rappresentativo dei nostri associati è emerso che oltre il 70% degli studi professionali ha chiuso e che solo alcuni sono in grado di praticare il lavoro agile. Le recentissime ulteriori misure restrittive poste in essere dal Governo indurranno altre chiusure, poiché il lavoro dei liberi professionisti (ma non solo di loro nda) dipende da incontri, sopralluoghi, attività presso i pubblici uffici, tutte attività relazionali che presuppongono un rapporto diretto con le persone, nonché spostamenti per raggiungere cantieri e luoghi da visionare e uffici da visitare. È quindi evidente che le attività si fermeranno praticamente del tutto, con gravissime ripercussioni sui flussi di cassa, sulla liquidità e, di conseguenza, oltre che sulle attività e sugli investimenti programmati per i prossimi mesi, sulla stessa possibilità immediata di corrispondere gli emolumenti, essenziali per la sopravvivenza delle famiglie dei dipendenti e dei collaboratori” (tratto dalla lettera inviata da ALA al Presidente del Consiglio dei Ministri in data 20 marzo 2020).

Che dire quindi?
Una considerazione merita di essere accennata per cercare, nonostante tutto, di vedere il bicchiere mezzo pieno o, perlomeno, per riempirlo a chi lo vede mezzo vuoto.
In questi mesi c’è stato un positivo diffondersi, da nord a sud e dai meno ai più giovani, di una sorta di eco di quanto sia straordinario il nostro Paese con le sue meraviglie monumentali e diffuse, che hanno un valore di bellezza tale da renderlo unico e irripetibile per qualità storiche, artistiche e paesaggistiche ma non solo per queste.

I social media hanno fatto rimbalzare da un monitor all’altro a milioni di persone panorami di coste, montagne, vallate, scorci di facciate di edifici storici, borghi medievali, cascine, ecc. per non parlare di capolavori della pittura, della scultura, della musica e del vivere italiano. Ancora, grazie a una successione di immagini bellissime, abbiamo lasciato correre lo sguardo sulle storie che da migliaia di anni si sono sovrapposte sulla nostra Penisola; sono storie di Re e di Papi, di Dogi e di Principi ma anche storie minori di inventori, commercianti, artigiani e naviganti che hanno creato con il loro genio e con il loro lavoro delle civiltà, delle culture e delle ricchezze straordinarie. Bellezze stratificate in migliaia di anni su un paesaggio che varia ogni pochi chilometri facendo mutare le tecniche costruttive, le architetture e dando origine a commistioni singolari e uniche.

WhatsApp, Facebook, Instagram in rapida successione ci hanno fatto navigare attraverso capolavori d’arte, musiche e culture materiali e senza ostentare presunzione o un malinteso senso di superiorità ma per ricordare chi siamo e quanto densa e ricca sia la nostra storia, anzi siano tutte le nostre tante storie.

Ognuno ha avuto modo di accarezzare piacevolmente il messaggio di queste comunicazioni visive, che hanno strappato esclamazioni di stupore ai più ed hanno inciso profondamente sulla sensibilità di moltissimi italiani, sia per la loro bellezza intrinseca sia perché sono bellezze sempre diverse, singolari e ogni volta affascinanti. Il fatto che questi brevi video siano girati con così alta frequenza e continuino a circolare numerosi testimonia il fatto che è una sensazione condivisa quella di riconoscersi in questi luoghi.
Nessuno si è sentito estraneo all’emozione che suscitano queste immagini, anzi ognuno ha sentito come suoi i paesaggi di natura pura della Costiera Amalfitana e delle Dolomiti, delle Langhe o delle Madonie, del mare di Sardegna o delle colline del prosecco, ma anche quei siti particolari, dove la natura si fonde con l’architettura maggiore o minore dall’alto Garda alle terre liguri, dai borghi dell’Appennino alle isolette della laguna veneta o da Pantelleria alla Val d’Ultimo; e si potrebbe continuare per pagine e pagine, citando monumenti e luoghi che magari circondano le nostre dimore, i nostri itinerari di lavoro, i luoghi del quotidiano ma che non abbiamo mai il tempo o la sensibilità di osservare ed apprezzare.

Anche il silenzio irreale nel quale sono avvolti oggi questi beni culturali e l’assenza di persone tra le piazze e le vie, che eravamo abituati a vedere gremite da sciami di turisti quasi come un arredo fisso, hanno contribuito a farli sentire più nostri e a far sì che per molti ci sia stata una (ri)scoperta di questo immenso patrimonio il più delle volte ignorato.
 
Queste brevi esperienze visive hanno fatto sì che molti di noi abbiano preso coscienza che viviamo in un paese veramente straordinario, che è necessario essere coscienti del suo valore ma bisogna anche saper godere di questa cultura così diffusa, ricca e variegata che abbiamo la fortuna di avere ramificata su tutto il territorio nazionale.

E’ stato notato in un recente comunicato di Italia Nostra che “questo spirito ha contagiato tutti, giovani, adulti, anziani e anche i più piccoli, senza differenze legate alla condizione economica personale o all’area geografica di residenza…. E la nostra Italia si è sentita più bella che mai!” Questo prendere coscienza di essere una nazione depositaria di un patrimonio così straordinario ha fatto sorgere un inedito sentimento di orgoglio. Si, orgoglio è proprio il termine giusto, anche da parte di chi ne è sempre stato estraneo.

Se è vero che è un sentimento condiviso da molti, e l’intensità delle comunicazioni sui social media lo conferma, si potrebbe anche pensare di farlo diventare una nuova ossatura attorno alla quale si possa riconosce il Paese; ciò potrebbe portare ad una coscienza più allargata e sensibile, riconoscendo che è un privilegio unico vivere circondati da una così alta bellezza e che è un vanto esserne depositari e custodi.

Uno degli scenari del dopo potrebbe proprio cominciare da qui, impostando la ripresa (che sicuramente deve arrivare) non com’è stato fatto nel dopoguerra fino a tutti gli anni ’80, trascurando paesaggio e monumenti, visti come un ostacolo ed un freno allo sviluppo, alla libertà di cementare il paesaggio con capannoni e condomini, di massacrare le coste con seconde case o zone industriali, e nemmeno com’è stato fatto recentemente, ossia con un distorto e solo economico concetto di valorizzazione che ha visto esplodere le città d’arte concentrando milioni di turisti ma, al contrario, puntando sul senso di responsabilità e soprattutto sulla compatibilità che la conservazione di queste meraviglie pretende come doverosa.

Sono infinite e poliedriche queste meraviglie e non si fermano alle pietre, agli alberi o ai fiumi, ossia non sono statiche e immobili, circoscritte a un singolo oggetto fisico ma coinvolgono tutta la straordinaria filiera dei modi di vita di noi italiani, dell’accoglienza particolare che il nostro vivere sociale riserva al turista, di come in ogni piccolo paese si diversificano i particolari sapori dell’eno-gastronomia, delle opportunità che offre la scoperta del paesaggio tramite visite ciclo-pedonali in pianura, in collina, in montagna, sui laghi, sui fiumi e del navigare sui tanti mari della Penisola.

Questi brevi video ci hanno fatto sorvolare anche i più alti e nobili luoghi di culto religioso, dove l’altissimo valore simbolico e cristiano si unisce ai valori dell’arte e dell’architettura, polverizzandosi in uno sterminio di capolavori straordinari. Chiese, santuari, conventi ma anche percorsi di pellegrinaggio, ricorrenze, celebrazioni particolari sono solo alcuni dei luoghi dove il sacro incontra l’arte e la storia.
  
Un Paese che prende veramente coscienza di essere il Paese più bello del mondo (da non confondere con il meglio governato del Mondo sic…sic...), e i tanti video che sono girati sui social media lo testimoniano, e che fa di questa coscienza un motivo di orgoglio, matura quasi in modo spontaneo il rispetto e la conservazione come atteggiamento naturale.

Questo senso di orgoglio è un’innegabile crescita della sensibilità personale e collettiva, e modifica dalla base l’atteggiamento nei confronti del patrimonio culturale fino a qualche decennio fa difeso da un manipolo di soprintendenti, da qualche criticato docente di restauro e da poche associazioni per la tutela che non sono mai stati tra le grazie del mondo della grande economia, dell’industria delle costruzioni e quindi della politica.

Con un po’ di ottimismo non è azzardato pensare che, quando riapriranno le attività, molti potrebbero privilegiare il turismo italiano nella miriade di borghi piuttosto che ammassarsi in villaggi turistici uguali in tutto il mondo, cercare di spendere qualche ora tra piazze e vicoli dei centri storici piuttosto che affollarsi nella loro caricatura che sono gli outlet, valorizzare il cibo e il vino italiano invece di ingurgitare Coca-Cola nei fast food e privilegiare il vivere nei contesti storici anche come seconde case piuttosto che nelle nuove anonime costruzioni.

Ma ancora, come sostiene da anni Angelo Verderosa e l’associazione Piccoli Paesi, riscoprire la bellezza dei piccoli borghi, diramarsi il sabato e la domenica tra le dolci vallate e i capolavori diffusi piuttosto che ammassarsi e far esplodere le città d’arte, scegliere l’autenticità e la specificità delle quali l’Italia è ricchissima e non le cineserie stereotipate uguali in tutto il mondo.

L’attività professionale degli operatori, dai tecnici progettisti agli esecutori, se venisse influenzata da questo orgoglio e da questa nuova sensibilità nei confronti della bellezza che ci circonda, si orienterebbe maggiormente verso il restauro e la conservazione, verso il riuso e il recupero dell’esistente piuttosto che verso la cementificazione del mondo sentendosi ancora oggi pionieri del Movimento Moderno.
  
Cesare Feiffer