L'EDITORIALE
Camminando con il naso all'insù
A volte si registra l'incoerenza nel trattamento dei "pieni" e dei "vuoti" delle facciate monumentali. Per i primi vale un atteggiamento conservativo o di attenta riproduzione filologica mentre per i secondi si attua una sostituzione con materiali moderni impattanti. L’uso indiscriminato di grandi vetrate o di infissi metallici sottili possono trasformare le aperture in "fori vetrati", alterando la percezione storica dell'edificio, cosa che non avviene con i serramenti in legno. Fondamentale è anche mantenere il ruolo degli scuri, la cui assenza priva le facciate di elementi compositivi essenziali.
Camminando per Venezia con il naso all’insù, come in moltissimi centri storici, ci sono molti vantaggi tra cui, in primo luogo, non si vedono le carovane di turisti intente a registrare la realtà con l’iPhone o chi si fa selfie ignaro dei monumenti sullo sfondo. Ma il vero vantaggio è che alzando lo sguardo emergono le architetture antiche in tutta la loro meraviglia, quelle architetture che suscitano stupore ad ogni passo; esse si succedono, calle dopo calle, straordinari palinsesti, affascinanti stratificazioni che ci parlano e ci raccontano le tantissime storie della Città.
Venezia, forse con maggiore densità di alti siti ma con identica ricchezza di contenuti, offre un susseguirsi di palazzi, di edilizia minore, di chiese e di monumenti civili che ci trasmettono fasi di gloria e periodi di abbandono, epoche di costruzione e distruzione, restauri corretti o interventi imprudenti. Basta mettersi lì a guardare.
Il restauratore si sa è deformato, qualcuno dalla nascita e qualche altro si è deformato nel tempo studiando, ma uno degli aspetti che gli balza agli occhi in questa moltitudine di fabbriche antiche, di epoche e di modalità costruttive è, sicuramente, il rapporto tra i pieni e i vuoti dell’architettura. Tra i molteplici segni che custodisce questo palinsesto il restauratore percepisce simultaneamente due aspetti: il primo è sicuramente la continuità delle superfici murarie, siano esse in pietra o in intonaco o nelle infinite loro varietà e degradi; la seconda sono le chiusure delle finestre e delle porte che costituiscono un tutt’uno con la superficie architettonica.
Riguardo ai pieni, ossia le superfici murarie, tanto si è scritto e detto negli ultimi tre o quattro decenni: pietre, intonaci, murature, finiture sono stati indagati sia nella loro storia costruttiva, nella loro conformazione fisico-materica, nelle tipologie dello stato di conservazione e riguardo alle tecniche d’intervento. E’ forse la letteratura più ricca nel settore del restauro, iniziata tardi ma cresciuta scientificamente in modo velocissimo, con tendenze operative tutt’altro che omogenee. Ma questo è un altro discorso.
Più scarna è invece la sensibilità e, di conseguenza, sono stati gli studi che hanno riguardato i vuoti, ossia i serramenti, e in particolare le finestre, gli scuri, le ante e tutti i sistemi di chiusura, che non hanno attirato l’attenzione degli studiosi, forse perché la discarica era l’unica modalità di riuso. Se si esclude il bel volume di F. Trovò (a.c.d.) “I serramenti dell’edilizia storica di Venezia”, Il Prato, 2021, che è un volume analitico e operativo, e gli speciali di recuperoeconservazione (recmagazine161 del 2020 e recmagazine168 del 2021), il panorama si sa non offre molto.
Osservando i serramenti di alcuni palazzi riportati nelle foto sovvengono le due recenti pillole di Riccardo Dalla Negra (rec_magazine185 e rec_magazine190) quando riflette sul “rapporto antico -nuovo, così largamente indagato, se non addirittura abusato perché, ormai costantemente, ogni intervento che viene a interessare una preesistenza ci viene proposto come dialogo nel reciproco rispetto” quando il rispetto non si sa proprio cos’è.
Il problema è proprio questo “rispetto variabile” che connota molti prospetti di edifici storici, anche importanti, nel quale si adotta una sorta di disparità di atteggiamenti, due pesi e due misure si usa dire. Per gli interventi sulle superfici lapidee si assiste a interventi conservativi, raffinati e colti, per quelli sulle superfici intonacate si vedono attenti e compatibili rifacimenti filologici, perché in continuità con la tradizione costruttiva, o ancora di cauto e attento ripristino come per le velature a calce che vengono delicatamente riprodotte o integrate.
In questi casi è prassi valutare innanzitutto la conservazione delle finiture (patine, pellicole pittoriche, intonaci, ecc.), poi se il degrado è avanzato si attua il loro rifacimento. Qui per la sostituzione si cercano tecniche analoghe a ciò che caratterizzava la facciata, si studiano materiali appartenenti alla locale cultura materiale, soluzioni che siano compatibili con l’esistente e che aggiungano ciò che serve anche in modo da facilitare la lettura dell’architettura. In pratica, se devo sostituire un intonaco o una pellicola pittorica non la rifarò in resine sintetiche o con colori sintetici (questo lo può fare solo Calatrava nella chiesa barocca di San Gennaro) ma userò miscele di calce, velature a base di terre con tecnologie applicative compatibili.
Nel confronto dei serramenti invece spesso non si valuta l’effetto complessivo che il nuovo prodotto può apportare e che, soprattutto nel caso di serramenti metallici, genera sovente problemi di lettura architettonica, di alterazione della partitura del prospetto e di esaltazione dei vuoti in rapporto ai pieni. Ben sapendo le necessità tecnologiche e quelle legate al risparmio energetico che implicano la sostituzione, le scelte fortemente innovative in forte dissonanza possono portare a risultati che alterano la facciata sia di giorno sia di notte. E’ un tema sul quale riflettere, perché in certi casi il partito architettonico non viene più percepito nella sua superficie continua, ma con i serramenti metallici dallo spessore minimo i vuoti diventano fori vetrati. Risalta cioè in primo piano il vuoto, poi sul retro si leggono porzioni di facciata.
La motivazione di questi interventi è in genere la seguente: essendo un elemento nuovo il serramento deve rispondere al linguaggio del nostro tempo, il che è valutazione corretta a condizione che non s’imponga sul resto e che sia coerente con le metodologie adottate per gli interventi sulle superfici materiche.
Nella sua deformazione il restauratore, passeggiando con il naso all’insù, rileva in questi casi una sorta di incoerenza nell’intervento sul prospetto, perché appunto si adottano due criteri diversi: per gli intonaci, pietre o marmi un atteggiamento di rigore conservativo che porta a usare puliture soft, rispetto delle patine o rifacimenti attenti di strati e cromie; per i serramenti, invece, una scelta di rinnovo non sempre compatibile con il resto, dove il vetro ampio e gli spessori esigui del telaio metallico lo vogliono quasi far scomparire ricavando il risultato opposto.
Ma il serramento non deve scomparire! se è necessario sostituirlo, e su questo tutti concordano, salvo alcuni casi dov’è possibile restaurarli, forse sarebbe più coerente usare telai in legno con taglio delle finestre analogo alle precedenti. Ciò non per ricalcare restauri stilistici o analogici, perché anche quello in legno è un prodotto nuovo e si legge come tale, ma perché lo spessore del legno, le sezioni, la materia stessa e l’assorbimento della luce danno maggiore continuità di lettura, contrastano meno e, di conseguenza, potrebbero essere più compatibili.
A ciò si aggiunga che gli scuri spesso in questi edifici non vengono più posti in opera, e anche questo non giova alla lettura del partito architettonico, che è coronato e completato dalle ante e dagli scuri. Gli scuri non sono degli arredi che si possono inserire o meno, degli elementi secondari, senza di essi cambia la percezione dell’architettura, e non poco. Si rifletta anche su questo.
Per questo motivo molte volte il restauratore abbassa lo sguardo e cammina con il naso all’ingiù …
Cesare FeIffer