L'EDITORIALE
IL RESTAURO SI E' FERMATO A BUDAPEST
Il titolo dell’opera di Carlo Levi, Cristo si è fermato a Eboli, evocava un mondo arcaico, escluso dalla Storia e dal progresso. Oggi, parafrasandolo, potremmo dire che a Budapest si è fermata la cultura del restauro architettonico e, con essa, la stessa architettura contemporanea.
In un recente soggiorno nella capitale ungherese, accompagnato da un ex soprintendente della città, ho potuto osservare da vicino la materializzazione del Programma Nazionale Hauszmann. Consultando il sito (https://nemzetihauszmannprogram.hu/nhp-strategy-2021.pdf) si può approfondire, anche se in modo molto molto superficiale, cos’è il programma che il dailynewshungary definisce “una delle più grandi imprese culturali e architettoniche dell’Ungheria, che mira a ricostruire gli edifici storicamente significativi del quartiere del castello di Buda. Il programma comprende non solo il restauro degli edifici originali, ma anche l’aggiunta di funzioni moderne al castello, consentendo di coniugare il rispetto della tradizione con le esigenze del 21° secolo. Questo progetto non solo proteggerà il patrimonio storico ma rivitalizzerà anche il ruolo culturale, turistico e comunitario del quartiere del castello.” [Fonte: https://dailynewshungary.com/it/revival-storico-distretto-del-castello-di-buda-trasformato-dal-programma-nazionale-hauszmann-foto/|DailyNewsHungary ].
Sulla carta, il progetto si presenta come una “rivitalizzazione culturale” del quartiere del Castello di Buda, volta a coniugare tradizione e modernità. Nella realtà dei fatti, invece, ci si trova di fronte a un’operazione di tabula rasa. Interi isolati ed edifici storici, indipendentemente dal loro stato di conservazione o dal valore storico, sono stati demoliti e al loro posto sorgono oggi “gusci” con ottime strutture in calcestruzzo armato e bellissime coperture in acciaio. In molti casi con l’occasione si sono realizzati dei mega parcheggi interrati al di sotto degli edifici. Tutti i prospetti e i tetti sono stati decorati con una pelle architettonica che mima fedelmente l’estetica ottocentesca, questa ricostruzione si è basata su fotografie d’epoca e disegni d’archivio.
Esiste un confine netto e ben definito tra il recupero della memoria e la sua contraffazione. Un confine che a Budapest è stato valicato con una disinvoltura che scuote le fondamenta stesse della cultura architettonica europea.
Non si tratta di limitate porzioni di palazzi o castelli, di piazze o delle mura urbiche ma dell’intera demolizione del centro storico di Buda e della sua totale ricostruzione con forme storiche più o meno documentate. Ricostruzione molto discutibile perché, lì dove interi isolati non c’erano, si sono costruiti in stile e dove c’erano quelle architetture d’epoca socialista, ritenute “estranee” all’identità nazionale, si è invece proceduto alla demolizione e alla costruzione di nuove architetture “antiche” sul modello di quelle attigue; in altri casi ancora si è ricostruito “com’era” ma non “dov’era” perché i parcheggi interrati hanno obbligato a spostare il nuovo-vecchio fabbricato.
L’obiettivo è squisitamente politico: il governo attuale ha utilizzato l’architettura per costruire un’identità nazionale idealizzata, epurata dalle ferite del Novecento. Ricreare la Budapest imperiale significa saltare a piè pari le complessità del secolo scorso, offrendo ai turisti una rassicurante cartolina senza tempo.
Significativo è anche il collegamento trionfalistico dell’idea di nazione, dell’ideale del glorioso passato allo sviluppo turistico e di conseguenza al beneficio economico e commerciale del Paese.
Sono quindi intervenuti decine di grandi studi di architettura, centinaia di muratori, impiantisti, intonacatori, pittori, decoratori, ecc. per costruire questa nuova città antica. I finanziamenti sono stati straordinari e assai ingenti, tutto l’iter burocratico è stato annullato, i permessi concessi immediatamente e senza che le Soprintendenze potessero essere motivo d’intralcio e i cantieri sono in via di completamento.
Le immagini che Péter Klaniczay ci propone di seguito con il suo articolo sono eloquenti. E’ incredibile come oggi si possa operare come operavano nell’ ‘800, allorquando il restauro muoveva i primi passi e l’ecclettismo era il linguaggio architettonico corrente, ossia quando la progettazione in stile (del nuovo o del restauro ) era l’usuale lessico espressivo.
Si sa che oggi le posizioni sul restauro in Europa sono assai articolate, tengono conto della cultura di ogni paese e non sono omogenee. E’ cosa nota anche che negli ambienti colti le tendenze vanno dalla suggerita formula di Boito “Fare devo così che ognun discerna esser l’opera mia tutta Moderna” (bella frase ma andrebbe contestualizzata perché moderno per lui era lo stile nazionale) all’integrazione critica limitata e attenta, alla cauta riproposizione di porzioni con linguaggio analogico. Si tratta di un ventaglio che tiene conto di un dibattito intenso, di documenti che la comunità scientifica ha elaborato e di migliaia di pagine scritte e parole dette.
A Budapest tutto questo non è arrivato, anzi era arrivato, ma è stato volutamente dimenticato per seguire una scelta politica che ha negato secoli di cultura del restauro optando per la demolizione dei resti autentici, molte volte consistenti e anche ben conservati, e la riproposizione di partiti architettonici tratti da una storia al servizio del progetto.
Oggi la cittadella che sta emergendo sotto ai ponteggi fa impallidire: dei colossali edifici che sembrano degli outlet in stile, con la differenza che quei demenziali magazzini commerciali sono limitati e circoscritti, qui invece è una norma di intervento urbano che estende alla città il concetto di falso storico.
C’è poco da aggiungere perché in questo faraonico programma si saltano a piè pari le questioni fondamentali del restauro che fin dalla nascita riflette sul concetto di autenticità, su quello di falso e di copia, sulla legittimità della riproposizione e sul rapporto con la preesistenza storico-architettonica, che va sempre salvaguardata.
Come il mondo arcaico descritto da Levi era separato dalla ragione moderna, così la Budapest di oggi sembra essersi separata dalla cultura architettonica contemporanea, un’eclissi culturale.
Quella era una realtà separata, avrebbe detto Castaneda, preindustriale, arcaica, arretrata, povera e perlopiù analfabeta, intrisa di superstizioni e magia. Italo Calvino, in una lucida premessa all’edizione del ’60, ha definito Levi “Il testimone di un altro tempo”, un tempo che si era fermato.
Resta il paradosso di una città che, per apparire più “vera” e gloriosa, sceglie di diventare una copia di se stessa. A Budapest il tempo del restauro è regredito di due secoli, lasciando il posto a un’architettura che non dialoga con il futuro, ma si limita a fotocopiare un passato che non può più tornare.
Cesare Feiffer