L'EDITORIALE
UN FILO ROSSO
"Nel corso dello scorso maggio si sono svolti tre importanti momenti di riflessione che hanno coinvolto l’intera filiera del restauro architettonico e del paesaggio, spaziando dalla teoria alla ricerca avanzata, dalla rappresentazione del progetto alla gestione del cantiere.
Si è trattato di iniziative molto diverse per formato, modalità di coinvolgimento del pubblico e strumenti comunicativi. Tuttavia, tra esse è possibile individuare un filo rosso che conduce direttamente al tema della qualità del restauro: un percorso che lega l’elaborazione teorica, la rappresentazione del progetto esecutivo e le problematiche del cantiere, ovvero i tre momenti fondamentali di ogni intervento di conservazione.
Seguendo questo filo conduttore del “pensare” e del “fare” restauro, si può partire dal tema del rapporto tra antico e nuovo e dai suoi “limiti e modi”, avrebbe detto Marco Dezzi Bardeschi qualche decennio fa.
A Milano, presso il Circolo Filologico, è stata rappresentata l’opera teatrale Il monumento storico e l’archistar. Dramma in tre atti, cui è seguito un lungo e partecipato confronto, sapientemente coordinato da Claudio Sangiorgi, presidente del Collegio degli Ingegneri e Architetti di Milano, promotore dell’iniziativa.
Nel dibattito è emersa con forza la necessità che chi opera nei contesti monumentali e storici sappia esprimersi attraverso un linguaggio colto, fondato sulla conoscenza della storia dell’edificio ma anche sulla consapevolezza dell’evoluzione del pensiero sul restauro dalle origini fino ai giorni nostri. Tutti gli intervenuti hanno riconosciuto la specificità di questa disciplina che è di per sé stessa un patrimonio culturale e anche uno strumento operativo indispensabile: aiuta a leggere correttamente il testo architettonico, a individuare le conoscenze necessarie e a orientare in modo coerente i contributi interdisciplinari.
La cultura del restauro consente inoltre di sviluppare una creatività autentica, capace di confrontarsi con la preesistenza senza esserne mortificata, ma senza neppure sopraffarla. Una creatività che non necessita di gesti eclatanti, di forme invasive o di soluzioni autoreferenziali finalizzate a mettere in evidenza il progettista, bensì trova la propria forza nella misura, nella compatibilità e nel dialogo con l’esistente.
Come ha ricordato Paolo Gasparoli, citando una recente intervista ad Amedeo Bellini, «una cosa è sussurrare e una cosa è urlare». Proprio nella misura del “sussurro”, nel suo linguaggio e nelle sue forme, si aprono straordinari spazi di ricerca e innovazione. Non è la sola fantasia creatrice a guidare il restauratore, ma una combinazione di cultura, sensibilità e competenza specialistica. Il restauro, d’altra parte, non è un dogma immutabile: si evolve insieme alle altre discipline e si fonda sul principio della compatibilità, che riguarda non soltanto le soluzioni formali, ma anche le strutture, gli impianti e le modalità di conduzione del cantiere.
Il filo rosso prosegue a Villa Lante di Bagnaia, dove l’Istituto delle Ville Monumentali della Tuscia ha promosso il convegno “Uno sopramodo bello et delitioso giardino”, dedicato alla presentazione del progetto di restauro dell’architettura, del paesaggio e degli elementi naturalistici del complesso monumentale.
Come ha osservato il direttore Alessandro Mascherucci, l’iniziativa ha rappresentato un’importante occasione per verificare l’“avanzamento del restauro” nei diversi ambiti specialistici che oggi concorrono alla conservazione del patrimonio.
Anna Raimondi, capogruppo del team di progettazione, ha definito con efficacia questa esperienza come la sfida di “affrontare la complessità di un paesaggio costruito in cui architettura, natura e artificio convivono”. Una complessità che ha richiesto una rigorosa sintesi critica capace di organizzare e rendere operative decine di contributi conoscitivi, studi analitici e valutazioni scientifiche, trasformando la conoscenza in uno strumento realmente utile alle scelte progettuali.
Il progetto di restauro di Villa Lante si è articolato intorno a tre obiettivi fondamentali: l’approfondimento della conoscenza degli elementi architettonici, artistici e naturalistici nelle loro componenti figurative, materiche e conservative; la sintesi delle informazioni raccolte, ossia il passaggio decisivo dall’analisi al progetto; infine, la definizione di strumenti efficaci per trasferire idee, decisioni e procedure dal progetto al cantiere.
Particolarmente innovativa è stata la presentazione delle modalità di rappresentazione del progetto esecutivo, capace di condensare in un sistema unitario elaborati grafici, schemi tecnici, valutazioni economiche, componenti architettoniche e fasi operative di cantiere. Si tratta di un percorso di ricerca avanzata che, partendo dalle metodologie consolidate della rappresentazione del progetto di conservazione, integra la dimensione tridimensionale e la gestione digitale delle informazioni.
Di grande interesse si sono rivelate le nuove forme di rappresentazione e quantificazione tecnica ed economica basate su modelli BIM, che consentono di controllare il progetto di restauro dal dettaglio dell’elemento decorativo fino alla scala paesaggistica. Una prospettiva che rappresenta, con ogni evidenza, una delle direzioni future della progettazione conservativa.
Il filo rosso si conclude nuovamente a Milano, con la presentazione della ricerca Il settore del restauro, promossa da Confartigianato Restauro e realizzata dalla LIUC Business School a cura di Paolo Gasparoli e Andrea Venegoni. Lo studio, frutto di un anno di lavoro congiunto tra il mondo accademico e quello associativo, ha analizzato in termini qualitativi, quantitativi ed economici il comparto del restauro dei beni culturali in Italia.
Anche in questo caso, alle relazioni è seguito un ampio dibattito che ha coinvolto studiosi, professionisti e operatori del settore. Tra gli interventi più significativi, quello dell’architetto Emanuela Carpani, che ha sottolineato come la cultura del restauro non si acquisisca esclusivamente nelle università, ma venga trasmessa anche attraverso il sapere artigiano, custodito nelle botteghe e nei cantieri.
Si tratta di una specializzazione del “saper fare” che richiede un continuo aggiornamento e che rischia di andare perduta se non adeguatamente valorizzata. La perdita di queste competenze rappresenterebbe un danno gravissimo non solo per il settore del restauro, ma per l’intero patrimonio culturale nazionale.
I tre eventi, pur diversi per contenuti e modalità espressive, hanno dunque evidenziato una medesima esigenza: rafforzare il legame tra cultura, progetto e cantiere. La qualità del restauro nasce infatti dall’equilibrio tra conoscenza della cultura specifica del restauro, capacità progettuale, innovazione tecnica e competenza esecutiva. Senza cultura non vi è consapevolezza critica; senza progetto non vi è sintesi operativa; senza maestranze qualificate non vi è concreta possibilità di trasformare le idee in conservazione. È proprio nell’integrazione di questi tre livelli che si gioca oggi il futuro del restauro italiano e la capacità di trasmettere alle generazioni future l’autenticità del patrimonio costruito e del paesaggio storico.
Nel corso dei tre eventi è emersa in forme diverse una questione di particolare rilevanza: il rischio di una progressiva separazione tra sapere teorico e sapere pratico. Il restauro ha sempre trovato la propria forza nella capacità di tenere unite queste due dimensioni, facendo dialogare ricerca scientifica, progettazione e competenza esecutiva. Quando uno di questi elementi si indebolisce, l’intero sistema perde efficacia. Una teoria che non si traduce in pratiche operative rischia di diventare astratta; un progetto privo di specifiche basi culturali e di adeguati strumenti di controllo perde qualità; un cantiere che non dispone delle necessarie competenze specialistiche compromette irrimediabilmente il risultato finale.
Il filo rosso che collega i tre incontri può quindi essere individuato proprio nella necessità di ricostruire e rafforzare questa continuità. La conservazione del patrimonio culturale richiede oggi professionisti capaci di muoversi tra storia e innovazione, tra conoscenza e operatività, tra ricerca e applicazione concreta. Richiede inoltre istituzioni, università, associazioni professionali e imprese in grado di collaborare stabilmente per garantire la trasmissione delle competenze e l’aggiornamento continuo delle metodologie.
In definitiva, il messaggio che emerge da queste esperienze è che il futuro del restauro non dipenderà soltanto dall’evoluzione delle tecniche o dall’introduzione di nuove tecnologie, ma soprattutto dalla capacità di preservare e rinnovare una cultura condivisa della conservazione. Una cultura che sappia coniugare rigore scientifico e sensibilità storica, innovazione e rispetto dell’autenticità, ricerca avanzata e saper fare artigiano. È in questo equilibrio, sempre difficile ma indispensabile, che si misura la qualità del restauro e si costruisce la responsabilità di trasmettere alle generazioni future il patrimonio storico, architettonico e paesaggistico nella sua integrità materiale e nel suo valore culturale."
Cesare Feiffer