ISSN 2283-7558

Un taccuino per ricordare

Un taccuino per ricordare

27 APRILE – Giornata Mondiale del Disegno

Maria Grazia Cianci
pubblicato il 14/05/2021

Per festeggiare la ricorrenza della Giornata Mondiale del Disegno credo sia importante ricordare quando sia stata istituita, ovvero nel 1962 a Londra dal Consiglio Internazionale delle Associazioni di Disegno Grafico e farlo attraverso l’omaggio dell’importanza e il valore che il Taccuino ha assunto nella storia della rappresentazione credo sia il modo più giusto.

Il taccuino. Un oggetto sul quale scrivere, appuntare, ragionare, disegnare. Il taccuino viaggia con noi: è custode fidato di schizzi, appunti, storie e suggestioni. È un prodotto personale: racconta chi siamo e cosa pensiamo.

Se un poeta si esprime con le parole, l’architetto comunica con il disegno. Arrivare in una città sconosciuta così come percorrere con lo sguardo attento la propria città è un’esperienza profonda e unica: “...tutto è come lo immaginavo e tutto è nuovo”. Le osservazioni di Goethe ci portato a riflettere e a prendere in considerazione l’importanza della scoperta, l’importanza di annotare ciò che vediamo, ciò che sentiamo.

Da secoli artisti, architetti e pensatori hanno affidato a dei fogli di carta i loro ragionamenti espressi sotto forma di schizzi, schemi, frasi o appunti. Il taccuino era l’amico fedele, in cui riversare i propri pensieri, appena ce ne fosse stata l’occasione. Per estensione era anche un diario.

Oggi non esiste persona che non abbia un cellulare, il quale, soprattutto nelle versioni tecnologicamente più avanzate, può sostituire un taccuino, grazie all’uso di applicazioni mirate per prendere appunti, fare foto, creare pagine creative, segnare conti e tenere la contabilità. Un taccuino, tuttavia, non può contenere tante informazioni, né essere così versatile come potrebbe essere un cellulare con applicazioni intercambiabili e con una memoria sempre in espansione.

Oltretutto avere l’abitudine di tenere costantemente un taccuino è un duro e pesante lavoro, perché non ci si ferma ad averne uno solo. Le nostre borse contengono ogni sorta di equipaggiamento, per ogni evenienza e avversità: un taccuino per i nostri ragionamenti meno importanti, uno per quelli aulici, uno per schizzare, uno per i disegni migliori, uno per fare la lista delle cose da fare. Ad accompagnare un tale numero di taccuini c’è, inoltre, almeno un equivalente numero di penne, matite, pantoni, pennarelli, mine, pennelli e acquarelli. Tutto ciò è ripagato quando di fronte ad un paesaggio, o ad un’architettura, o ad una scena particolarmente stimolante, ci fermiamo, attiviamo pensiero e mani e concretizziamo su quei fogli un’idea o un ragionamento. Lo abbiamo fissato per sempre, tanto sul taccuino quanto nelle nostre menti, molto più efficacemente di quanto una semplice fotografia possa fare.

Come non citare a tal proposito gli acquarelli di John Ruskin, che durante il Grand Tour, leggendario viaggio che veniva intrapreso in epoca romantica alla scoperta e studio dell’architettura classica tra Francia e Italia, riuscì a immortalare Venezia, le Alpi, Roma in una serie di splendidi acquarelli. Di questo viaggio è stato pubblicato in italiano il diario, estrapolato dal Diario che Ruskin compilò dal 1836 al 1874.

“Il viaggio è una specie di porta attraverso la quale si esce dalla realtà come per penetrare in una realtà inesplorata che sembra un sogno”, così Guy de Maupassant tratteggiava il significato del viaggio, costituito non soltanto dal tragitto meramente e fisicamente compiuto, bensì sostenuto dall’importanza dell’esplorazione della realtà, dunque dal valore della conoscenza.

La “realtà inesplorata” ossia il luogo ignoto che necessita di essere osservato, analizzato e indagato, il “penetrare” ossia la volontà di addentrarsi e di spingersi in stati conoscitivi più profondi, quindi più sostanziali rispetto a quelli apparenti propri della realtà che si affaccia ai nostri occhi, la “porta” ossia la soglia mentale che inevitabilmente si oltrepassa nell’attimo immediato in cui si accinge a un nuovo cammino diventano le sponde metaforiche entro cui si muovono i processi conoscitivi dei fenomeni reali.

Il viaggio fisico, dunque, si arricchisce di una ulteriore accezione, assume la forma di scoperta intellettuale e si eleva a viaggio intellettivo. Il viaggio fisico, pertanto, diventa viaggio intellettivo.

La tradizione dei Grand Tour che ebbe la sua massima diffusione tra il XVIII e il XIX secolo in Europa e soprattutto in Italia, meta ultima, tuttavia maggiormente ambita e privilegiata, rappresenta la radice storica dei viaggi esplorativi. Roma e la sua campagna, Firenze, Napoli, la Sicilia con le loro ricchezze naturali, architettoniche, archeologiche e paesistiche costituivano la destinazione del tour.

Gli itinerari illustrati dei “pittori viaggianti”, tra i quali Jones, Cozens, Lusieri, Ducros, Hackert, Turner, Pars, Constable, avevano lo scopo non soltanto di simboleggiare il viaggio di per sé a scopo celebrativo, bensì miravano ad un intento documentale, di studio, di registrazione visiva dei luoghi visitati.

Come coniugare oggi l’osservazione diretta dei luoghi, il disegno dal vero, l’uso del taccuino, in modo tale che non si concluda una semplice copia pedissequa del reale, piuttosto si compia quel processo conoscitivo dei luoghi osservati e dei fenomeni ad essi correlati?

Come coniugare oggi l’essenza della tradizione storica dei tour, affinché non si consumi una pura e banale riproducibilità del reale, bensì si giunga a un modo sapiente di guardare e conseguentemente di raffigurare la realtà ambientale, urbana e architettonica?

L’architetto, comunicando con il disegno, riempie fogli attraverso un patrimonio di immagini e un vocabolario di segni, pertanto le pagine bianche del taccuino vanno a colmarsi gradualmente, catturando impressioni, idee, suggestioni fugaci e uniche proprio perché appartenenti alle singole esperienze.

Solitamente, si ha la nozione dell’opera finita e compiuta di un artista ignorando, in tal modo, tutto il lavoro che inevitabilmente c’è dietro. Il progetto inteso come attività creativa, ossia l’opera tangibile, rappresenta soltanto la punta dell’iceberg: a monte sussiste un lavoro di ricerca, di analisi, di conoscenza, di esplorazione immensamente più ampio, più complesso, più totalizzante di cui il taccuino può costituire e costituisce la testimonianza, incarnando la vera essenza del lavoro.

  

Nelle immagini > Pagine di taccuini -china di carta.