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Circo Massimo (ph. P.R. David)

Circo Massimo a Roma

Tutela, compatibilità, valorizzazione

15/10/2026, Paola Raffaella David

“...nella stessa valle dove Romolo celebrò i giochi consuali ad onore di Nettuno nella celebrazione dè quali seguì il ratto delle Sabine, Tarquinio Prisco fondò il circo che, essendo il più antico e nello stesso tempo il più grande ed il più magnifico fu dopo chiamato Massimo. Fu più volte restaurato ed ampliato... Ora di questo edificio non rimane che la nuda area, se non che all’estremità dei cerchi si veggono poche reliquie delle sue semicircolari arcuazioni ... Le case, i granai, i fienili che costeggiano il monte (Palatino) sono tutte costrutte sulle ruine delle volte che sostenevano i gradini.” 1(.)   

Questa descrizione del 1862, testimonia l’indiscussa importanza del Circo Massimo, come topos di memorie storiche antichissime: in età romana, repubblicana e imperiale. Ed è in tutta la grandiosità data dalla sua imponente dimensione che nel 1762 nell’Iconografia del Campo Marzio lo rappresenterà G.B. Piranesi, che già nel 1756, nelle Antichità romane, ne aveva mostrato i ruderi. Dopo il declino della città nei “secoli bui” del Medioevo ed il definitivo abbandono dell’area a causa della natura acquitrinosa del terreno, il Circo progressivamente diventa zona di orti e di pascolo, talora destinato a fiere e mercati, come ci conferma Charles De Brosses nel suo “Viaggio in Italia” del 1740: “... una brutta palude bislunga... alla quale i ruderi delle fondamenta delle gradinate servono da riva”, confermata nella Topografia di Roma del Nolli del 1748. Dalla prima metà del secolo XIX, dapprima per iniziativa papale e poi per tutto il secolo e fino ai primi anni ’20 del Novecento, l’area dell’antico Circo sarà progressivamente ‘riutilizzata’ ed occupata da attrezzature industriali per la produzione e la distribuzione del gas per l’illuminazione urbana, destinazione prevalente per tutto il secolo nonostante le ipotesi post-unitarie di valorizzazione della area archeologica centrale e della creazione di un grande parco urbano, delle quali il Circo Massimo avrebbe dovuto far parte. A partire dagli anni Trenta, nell’ambito delle grandi trasformazioni urbanistiche previste dal piano del 1931, volto al risanamento della città antica e alla ‘liberazione’ dei monumenti archeologici, dopo lo smantellamento del complesso industriale non più utilizzato, l’area viene scavata per circa tre metri ed il Circo, liberato dalle costruzioni, viene trasformato in ‘parco pubblico’ non potendosi proseguire negli scavi per la presenza di falda d’acqua; ma esso continuerà ad essere occupato da strutture precarie utilizzate per manifestazioni sportive e di propaganda del regime. Nel dopoguerra e fino ad anni recenti, la grande spianata erbosa tra Aventino e Palatino sarà utilizzata come luogo di passeggiate e come sede per eventi diversi (set cinematografici, etc.) mentre nel 2016 è stata aperta al pubblico una piccola porzione dell’area dell’emiciclo verso porta Capena. Tuttavia negli ultimi anni, con sempre maggior frequenza, il Circo Massimo, per scelta consapevole dell’amministrazione, è stato riconosciuto come il luogo maggiormente attrattivo della città storica nel quale ospitare concerti di musica pop, apprezzata da organizzatori di eventi e musicisti per la sua suggestiva posizione ... Tale scelta, volta al potenziamento della fruizione pubblica del luogo (sic), è stata reputata come la forma di valorizzazione più appropriata ed evidentemente coerente con la ‘vocazione’ del monumento, secondo una visione del tutto malintesa ed esclusivamente monetaria del termine valorizzazione.        

Gli esiti di tali usi inappropriati, che comportano un elevatissimo impatto acustico e antropico, sono oggettivi: si sono addirittura registrate pericolose sollecitazioni di carattere ‘sismico’ non solo alle strutture archeologiche del vicino Palatino ed alla medievale Torre della Moletta, presente nell’emiciclo scavato del Circo, ma anche agli edifici residenziali - moderni e contemporanei - del settore urbano limitrofo, confermati da rilevazioni foniche che hanno mostrato il netto superamento dei valori massimi delle emissioni sonore tollerabili in contesti urbani, anche sotto il profilo del rispetto della ‘salute pubblica’, limiti peraltro già derogati dalla stessa amministrazione comunale con apposite delibere ad hoc. 

E tuttavia gli organi di tutela statale non sono finora riusciti ad arginare con efficaci azioni interdittive tale situazione deprecabile. La attuale, singolare condizione del Circo Massimo, ci pone quindi degli interrogativi cogenti sull’azione di tutela, sulle compatibilità e sulla necessità di opzioni che possano coniugare la tutela del “valore di antichità” del sito, con forme di valorizzazione adeguate, come prescritto del resto nell’art. 6 c.2 del Codice dei Beni culturali che definisce la tutela come variabile indipendente nel rapporto con la valorizzazione.2 Operazione non semplice poiché - da un lato - il Circo Massimo è un monumento archeologico incompleto perché scavato solo parzialmente ed in massima parte scomparso sotto molteplici stratificazioni che ne rendono quasi impossibile il recupero, e quindi fondamentalmente ormai solo ‘luogo di memorie’; ma - dall’altro – esso costituisce anche una estesa lacuna urbana, indifferenziata e degradata, eppure dotata di una preziosa centralità e di suggestioni sintetizzabili nell’indiscutibile “valore di antichità”, in senso riegliano, che il topos possiede: tutto ciò ha reso però il Circo pericolosamente appetibile per dubbie operazioni di ‘valorizzazione’ che negano la sua identità storico-paesaggistica attuale, ignorando il corretto rapporto che qualsiasi ipotesi di valorizzazione, come su ricordato, deve mantenere con la tutela dei monumenti o di quanto resta di essi nei luoghi della città antica. 

E’ indispensabile quindi, accanto agli appelli ed alle iniziative per la sua salvaguardia, pensare destinazioni d’uso in grado di dare ‘senso’ alle potenzialità del topos, cioè di quell’estesa area verde che oggi esso di fatto rappresenta nel tessuto edilizio urbano, pari a quasi 6 ettari. Purtroppo, a ribadire le scelte compiute, il recente programma dell’amministrazione comunale per la riqualificazione dell’area archeologica centrale (CArME) prevede di migliorare la condizione attuale “del verde dell’invaso del Circo Massimo sia nella qualità del paesaggio sia nelle modalità di fruizione” al fine di renderlo maggiormente “(...) compatibile con lo svolgimento dei concerti mediante una complessa opera di riqualificazione ... che dovrà essere rivolta al recupero della relazione paesaggistica del Circo con il Palatino e le Terme di Caracalla (...) e con un percorso ciclo pedonale in grado di assicurare la continuità della Nuova Passeggiata Archeologica”.3

Rispetto a tali generiche se non preoccupanti previsioni, l’ipotesi storica di essere semplicemente parte di quel grande parco archeologico fruibile in quanto tale dai cittadini, nel rispetto dell’identità dei luoghi e del contesto, che il ministro Baccelli nel 1887 aveva perseguito, aggiornata rispetto alle trasformazioni urbanistiche ed edilizie che quella parte di città nel frattempo ha registrato, potrebbe ancora ben rappresentare una strada percorribile.  

 

 

NOTE
 
1 cfr. Dizionario di Geografia Universale, Opera di Cesare Marmocchi, s.v. Roma, vol.II, p.II, Torino 1862.

2 D.Lgs 42/2004, art. 6, c.2 “La valorizzazione è attuata in forme compatibili con la tutela e tali da non pregiudicarne le esigenze”.   

3 Al riguardo vedi anche le previsioni complessive per l’area archeologica centrale, contenute nel Progetto CArME in: Rapporto sul Centro Archeologico Monumentale di Roma, a cura dell’Amministrazione Comunale di Roma, 2024, p.46.   

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